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Pandemia e ristrutturazione delle economie occidentali – Quali modelli di sviluppo adottare?

Pandemia e ristrutturazione delle economie occidentali – Quali modelli di sviluppo adottare?

Antonio Danieli – Direttore Generale Fondazione Golinelli

La pandemia ha disvelato una situazione già nota che andava affrontata da tempo: siamo forse in ritardo di almeno due lustri nel registrare un cambiamento in atto, che segna i limiti raggiunti dal modello di sviluppo consolidatosi dal dopo guerra ad oggi.

La domanda di soluzioni e di nuovi paradigmi – etici, sociali ed economici – è ora solo accelerata e sarebbe un errore madornale continuare a cercare le risposte con le vecchie coordinate e matrici interpretative.

Sulla faglia di un passaggio epocale occorrono coraggio e responsabilità per immaginare e costruire nuove basi, partendo dalla nostra identità e scegliendo anche cosa di buono è stato già fatto in passato, per portarlo – ri-adattandolo – nel futuro, ed evitando al contempo di affidarsi ad una ricerca vana e sterile della novità, a tutti i costi.

La curiosità è fondamentale, ma la facilità del “copia e incolla” “tout court” e la conquistata ed infinita libertà del potersi esprimere tutti con un proprio “like”, non ci devono far dimenticare la necessità di teorie estetiche, sociali e di sviluppo aggreganti e condivise, che ci devono guidare come società e come nazione.

Questo è ancora più vero per l’Italia: non  dobbiamo copiare pedissequamente modelli internazionali, partendo da logiche di presunta nostra arcaicità o di manifesta storica inadeguatezza rispetto ai quadranti del globo in cui oggi si concentra maggiormente lo sviluppo; abbiamo anche noi il dovere di mantenerci sui binari del treno dell’innovazione confrontandoci con tutti a livello internazionale, ovviamente, ma partendo dal nostro DNA culturale, sociale ed industriale. Valorizzando i nostri principali patrimoni ancora poco considerati: l’eccellenza della nostra ricerca scientifica; la grande capacità del fare della nostra piccola e media – ma diffusa, variegata e “biologicamente resiliente” – industria; e la sapienza nel produrre bellezza. 

Dunque possiamo estrarre valore dai nostri enormi giacimenti di creatività, passione e immaginazione;  ma anche dall’orgoglio e dal patriottismo nel riconoscere che abbiamo già tutti gli ingredienti giusti, e che dobbiamo rimodularli alla luce dell’accelerazione imposta dallo sviluppo tecnologico internazionale, di cui dobbiamo ri-appropriarci come mezzo, ma che non dobbiamo confondere come fine.

In generale, il fattore tempo è diventato forse quello dirimente: la velocità e l’imprevedibilità di cambiamento degli scenari, e la nostra capacità di reagire alla complessità – ri-adattandoci rapidamente per giostrare e guidare il cambiamento, e non subirlo – saranno fondamentali.

Questo concretamente si traduce nella necessità di approcciare in maniera integrata la società ed il sistema economico produttivo, considerando come un unicum tutta la filiera dell’innovazione, partendo fin dalle giovanissime generazioni: educazione, formazione, ricerca, trasferimento tecnologico, incubazione, accelerazione, open innovation e venture capital. Il tutto, guidato da presidi culturali che riflettano su di una visione olistica della cultura che contemperi le interconnessioni tra le arti (discipline umanistiche in senso ampio), le scienze (le moderne frontiere della fisica, della chimica e della biologia) e la tecnologia (le più acute vette prodotte dallo sviluppo dell’information technology).

Ogni step di questa catena del valore deve essere presidiato nelle sue specificità, ma soprattutto i passaggi e le concatenazioni tra una fase e l’altra saranno forieri dell’eventuale e anelato successo nella “ristrutturazione delle economie occidentali e la crescita della produttività”, che passerà per  “l’impatto sul lavoro e le persone” delle azioni concrete da adottarsi, e su cui dovranno essere incentrati gli investimenti per una ineluttabile ed ineludibile fase di transizione

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