Resoconto della IV^ sessione di approfondimento del programma A+Forum 2024 | 25 ottobre 2024 | Autore Nicolò Zandoli – Turtle S.r.l
La quarta sessione di approfondimento della serie di appuntamenti dedicati al tema dell’Industria 5.0 ha avuto come relatori il Prof. Ing. Augusto Bianchini, Professore Associato presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell’Università di Bologna, nel settore Impianti Industriali Meccanici, fondatore e CEO dello spin-off Universitario Turtle S.r.l. sui temi della misurazione della sostenibilità ambientale e sociale in azienda. Il secondo relatore invece è stato il Dott. Francesco Salizzoni, esperto di Web3 e Intelligenza Artificiale con oltre 15 anni di esperienza, in diversi settori, nella progettazione, sviluppo e realizzazione di prodotti innovativi.
L’intervento del Prof. Bianchini ha introdotto il tema della resilienza nel contesto aziendale. Come raccontato più volte nel corso degli incontri precedenti, oggi ci troviamo in una fase transitoria tra due rivoluzioni industriali. Dal 2012, infatti, affrontiamo la transizione legata all’Industria 4.0, basata sull’automazione, sull’uso di tecnologie avanzate come IA, IoT e Big Data, per ottimizzare l’efficienza e la produttività attraverso la digitalizzazione dei processi industriali. L’industria 5.0, invece, mette al centro la collaborazione tra uomo e tecnologia, integrando creatività umana e automazione per promuovere personalizzazione, sostenibilità e un approccio umano-centrico nel processo produttivo.
La sostenibilità, il ritorno a un sistema umano-centrico e la resilienza sono attualmente i temi più rilevanti anche a livello europeo, come ha potuto verificare personalmente il Professore durante il suo ultimo incontro in Commissione europea a Bruxelles.
Se pensiamo al termine “resilienza”, possiamo notare come assuma diverse definizioni a seconda del contesto in cui viene usata, ma il significato intrinseco è sempre lo stesso. Nella metallurgia la resilienza è definita come la capacità di un materiale metallico di assorbire energia e resistere a rotture quando sottoposto a sollecitazioni. Per quanto concerne un territorio il termine “resilienza” si riferisce alla capacità di una comunità o di una regione di resistere, adattarsi e riprendersi da eventi avversi come disastri naturali, crisi economiche o cambiamenti climatici, garantendo la continuità delle attività sociali, economiche e ambientali.
Per quanto riguarda l’impresa, invece, possiamo affermare che il concetto di resilienza risiede nella sua capacità di adattarsi e prosperare di fronte a situazioni di crisi o mutamenti del mercato, garantendo la continuità operativa e rafforzandosi.
Tra i momenti chiave per lo sviluppo della resilienza all’interno di un’azienda identifichiamo la valutazione dei rischi. La resilienza aziendale, infatti, si basa su un’analisi approfondita dei potenziali rischi, interni ed esterni, che possono impattare l’azienda stessa. Questa attività è sostanzialmente comparabile alla preparazione di un piano di emergenza, da attuare in caso di necessità. L’errore che spesso molti fanno è quello di trascurare questa attività, trovandosi poi impreparati in caso di eventi negativi.
Un altro fattore è sicuramente la diversificazione delle risorse e delle attività. Le aziende che diversificano le loro attività e le loro risorse sono più capaci di resistere a shock economici. Questo include la diversificazione delle catene di approvvigionamento, delle risorse umane e dei mercati, in modo che un fallimento o una crisi in una specifica area non comprometta l’intera azienda. Seppure questo non sia un concetto propriamente nuovo, guardando il contesto aziendale nel quale ci troviamo, soprattutto per quanto riguarda le piccole e le medie imprese, emerge come negli ultimi anni vent’anni non siano stati fatti dei progressi importanti. Quello che abbiamo notato è stato un progressivo irrigidimento su sistemi interconnessi tra loro e molto verticalizzati.
Una volta valutati i rischi e diversificate le risorse, un altro passo verso la creazione di un’impresa resiliente sta nella redazione di un piano di continuità operativa. Ai fini della pianificazione strategica è essenziale disporre di piani di gestione delle crisi, con procedure chiare ai fini del rispristino dell’operatività.
Quando parliamo di resilienza, probabilmente, la caratteristica più importante che deve avere l’impresa è la capacità di adattamento e innovazione. Come abbiamo sottolineato, essere resilienti significa essere continuamente in grado di adattarsi e di innovare. Questa abilità non consente soltanto la sopravvivenza dell’impresa, ma spesso diventa un fattore chiave per il rinnovamento e per l’individuazione di nuove opportunità di crescita.
Tutti i fattori citati hanno in realtà un fattore elemento comune: la capacità dell’impresa di gestire i dati. Come abbiamo già ribadito negli appuntamenti precedenti, è di fondamentale importanza che l’azienda diventi data driven, poiché decisioni rapide e lungimiranti possono e devono essere prese non soltanto basandosi sull’intuito, ma a fronte di una gestione dei dati adeguata.
L’Industria 4.0 ci ha lasciato in eredità una grande mole di dati e sistemi di complessità spesso molto elevata. Dobbiamo riuscire a guardare questi dati da una prospettiva nuova. Esistono già nuove tecnologie e nuovi strumenti che ci permetteranno di adattarci e affrontare le sfide del futuro.
Proprio a questa osservazione si è agganciato il Dott. Salizzoni, che ha approfondito in particolare il tema dell’IA (Intelligenza Artificiale). Questo perché, tra tutte le tecnologie emergenti, sicuramente l’IA attualmente è quella più matura e soprattutto è quella in grado di impattare maggiormente a livello di singolo individuo e di organizzazione, pervadendo quindi ogni livello aziendale.
L’adozione dell’IA a livello aziendale dipende ovviamente dal livello di apertura dell’impresa in termini di innovazione tecnologica e soprattutto l’adozione di questi nuovi strumenti deve essere un mandato che viene dall’alto, da chi dirige l’azienda, accompagnato da una strategia ben definita.
Una strategia che deve partire sicuramente da una fase di sperimentazione, collaborazione e ricerca, attraverso un approccio interattivo fatto di prove ed errori. Spesso si pensa erroneamente che sperimentazione e adozione siano la stessa cosa, ma in realtà l’adozione a livello aziendale è tutt’altra cosa. Bisogna pensare al di fuori delle competenze.
Quando si cerca di adottare un nuovo strumento all’interno dell’organizzazione, quello che si cerca di fare è cambiare le abitudini delle persone e tutto il contesto in cui si muovono, quindi il mindset e l’approccio. La formazione non basta, è ovvio che l’individuo deve saper utilizzare correttamente lo strumento, ma la parte più delicata del cambiamento riguarda gli aspetti umani razionali.
Spesso ci si chiede se l’IA introdurrà della vera e propria forza lavoro in più. Quello che notiamo è l’esponenziale crescita a livello computazionale che questi strumenti hanno, in un arco temporale brevissimo, tanto da passare da semplici tool a veri e propri assistenti in grado di rimpiazzare le attività dell’essere umano. C’è una vera e propria sovrapposizione e ci si immagina che di qui a breve si verificherà una vera e propria sostituzione per quanto riguarda l’erogazione di alcuni servizi.
Un’intelligenza artificiale generativa presenta alcune caratteristiche specifiche. È dotata innanzi tutto di memoria a breve termine. È in grado, infatti, di ricordarsi quanto viene detto o scritto in precedenza, riuscendo a elaborare una conversazione con l’utente. Inoltre, deve avere una conoscenza profonda, specializzata sulla mia azienda, sapendo quali sono i miei prodotti, i miei competitors. Più informazioni possiede e più le sue risposte saranno pertinenti. L’intelligenza artificiale è in grado di svolgere attività quali: inviare e-mail, generare immagini, ecc. e questo viene fatto grazie agli “agenti”, ovvero software basati sugli LLM (Large Language Models), in grado di svolgere attività molto specifiche e verticali.
L’aspetto più interessante, probabilmente, è la possibilità di creare servizi in cui sono presenti più agenti, ognuno con il proprio LLM e la propria funzionalità, in grado di comunicare e collaborare tra loro. Capiamo quindi che un servizio di questo tipo è in grado di svolgere un vero e proprio lavoro quando gli viene assegnato un obiettivo. Ci stiamo spostando da un concetto di strumento a un concetto di assistente personale vero e proprio.
Immaginando una visione distopica del futuro, è facile individuare gli effetti che potrebbero ripercuotersi anche nella realtà odierna. Pensiamo, ad esempio, a un’azienda vogliosa di scalare il proprio business. Nella quasi totalità dei casi, un’operazione necessaria è l’assunzione di nuovo personale. Con l’avvento di questi nuovi strumenti tecnologici ci immaginiamo un futuro in cui probabilmente con il termine “scalare” si indicherà la necessità di aumentare la capacità computazionale. Di fatto avremo delle persone che saranno degli orchestratori, dei coordinatori che si interfacceranno con questi assistenti.
Un altro aspetto interessante dell’IA è la sua capacità di democratizzare i dati. Possiamo aspettarci un futuro in cui reperire, pulire e visualizzare i dati sarà molto più accessibile. In quanto tempo e in che modo lo capiremo meglio nei prossimi anni. L’IA è in grado di elaborare enormi dataset mostrando i risultati con visualizzazioni chiare e ordinate, utilizzabili da utenti senza alcuna capacità di programmazione. Come fatto notare anche dai partecipanti, l’utente potrà anche non possedere conoscenze a livello di programmazione, ma dovrà comunque avere capacità di analisi e modellazione per interpretare questi risultati. Il miglior modo di sfruttare l’intelligenza artificiale, infatti, non è quello di utilizzarla come una bacchetta magica che fa le cose al posto nostro, ma come strumento di supporto e collaborazione da integrare alle nostre capacità come estensione delle nostre competenze.
L’ultima parte dell’incontro è stata dedicata a una Demo Live tenuta dal Dott. Salizzoni. L’obiettivo era quello di dare prova di quanto appena detto, dimostrando le potenzialità legate alla collaborazione tra i differenti agenti di intelligenza artificiale, realizzando in tempo reale un’applicazione in versione web e mobile, partendo da zero.
Gli strumenti utilizzati sono stati l’ormai popolare ChatGPT, Perplexity, che è molto simile a ChatGPT, ma è specializzato nella ricerca sul web. È in grado di mettere a sistema tutti gli elementi grazie all’LLM e poi è in grado di stimolare il pensiero critico, facendo osservazioni su quanto cercato e soprattutto cita tutte le fonti che ha utilizzato per rispondere alla tua domanda. Siccome lo scopo era quello di creare un’applicazione, avevamo bisogno di un team di sviluppo. A tal fine è stato usato Replit, che include un sistema di agenti con cui è possibile conversare, ricevendo in output del codice. I risultati non sono eccezionali, ma dobbiamo considerare che questo strumento è nato circa due mesi fa. In attesa di ulteriori sviluppi, strumenti come Replit sono perfetti per realizzare dei prototipi. Un altro strumento utilizzato per realizzare l’applicativo è stato Notebook LM, sostanzialmente un blocco note digitale, in cui posso mettere appunti, documenti e informazioni digitali di ogni tipo. Lo strumento è in grado di elaborarli, diventando una sorta di sandbox in cui i documenti vengono organizzati, riassunti ed è in grado anche di realizzare un podcast. È particolarmente adatto per studiare una grande mole di informazioni. Ci sono molte sovrapposizioni tra questi strumenti, ma ognuno ha la sua caratteristica specifica. L’ultimo strumento utilizzato è Gamma, un tool in grado di creare presentazioni anche dal nulla.
Il risultato ottenuto in circa mezz’ora di lavoro è stata una simpatica applicazione funzionante, nel quale l’utente può inserire un elenco di ingredienti ricevendo in output una ricetta. Tutto questo senza che il Dott. Salizzoni scrivesse una riga di codice.
Tutto questo, oltre a dare consapevolezza, ha sollevato anche una serie di domande e curiosità tra i membri del gruppo di lavoro. Una tematica, ad esempio, è stata inerente all’effettiva probabilità che un giorno l’IA sia in grado di sostituire anche figure professionali altamente qualificate. Per quanto sia difficile stimare con esattezza il futuro, i livelli di capacità computazionale che osserviamo già oggi e la velocità alla quale migliorano questi strumenti fanno presumere che in futuro questo possa probabilmente accadere.
Chi ha programmato questi strumenti difficilmente deciderà volontariamente di porgli un limite. Il loro unico interesse è che lo strumento venga utilizzato.
Ad ogni modo, anche per quanto riguarda attività ripetitive e time consuming, come ad esempio quelle di back office, pur se l’intelligenza artificiale fa sicuramente un lavoro più preciso dell’uomo, non si delega mai l’attività completamente allo strumento. Ad oggi è comunque necessaria una continua supervisione. Andiamo verso un sistema basato su assistenti e orchestratori, nel quale si instaurerà sempre più un rapporto uomo-macchina.
Probabilmente andremo incontro a una riduzione dei posti di lavoro, ma questa può essere considerata una caratteristica intrinseca in tutte le rivoluzioni industriali.
Il rischio prevedibile è che mentre oggi chi fa ad esempio il programmatore è anche in grado di supervisionare chi fa programmi, in futuro, se il programmatore non programmerà più, sarà comunque in grado di svolgere attività di verifica e controllo? In realtà già oggi nessuno programma più da zero come succedeva anni fa. In futuro è difficile sapere quanto l’uomo delegherà alla macchina e quanto controllerà o farà personalmente.
Un altro fattore che possiamo notare già oggi è la differenza di capacità di apprendimento e utilizzo delle nuove tecnologie tra le diverse generazioni. È un mondo che viaggia a una velocità impressionante e gli strumenti di oggi non saranno uguali a quelli di domani. È necessario avere un tasso di aggiornamento continuo e questa skill è concentrata in pochi individui.
Ad oggi, a livello individuale chi ignora questi nuovi strumenti è certamente un passo indietro. Nel breve termine fare affidamento assoluto sull’IA è sbagliato e potenzialmente pericoloso, ma considerarla come assistente è utilissima e amplifica le nostre competenze con costi ridotti.
Pensiamo ad esempio a una microimpresa che vorrebbe fare un piano editoriale. Non avrebbe le risorse per rivolgersi a dei professionisti o assumere personale. Grazie a questi assistenti è in grado di farsi da sola un piano editoriale assolutamente paragonabile a quello elaborato dal professionista in termini di qualità, ma ad un costo estremamente più sostenibile.
Possiamo dire che la vera minaccia per il personale, nel breve termine, è che in fase di selezione un datore di lavoro preferirà scegliere chi questi strumenti li conosce e li sa utilizzare. Senza considerare come in realtà molte aziende fanno già uso di intelligenza artificiale senza esserne consapevoli, perché soprattutto ragazzi under 35, anche se non espressamente autorizzati, utilizzano l’IA per l’attività professionale. La capacità di dominare questi modelli rischia di aumentare ulteriormente le disparità a tutti i livelli. Sul piano dell’utilizzatore possono crearsi dei grandi divari. Dipende dalle opportunità di applicazione che uno ha nella sua vita professionale. Questo trend potrebbe creare grandi differenze poi nella vita pratica reale. Difficile oggi capire a cosa si tenderà, ma la rivoluzione ormai è arrivata ed è già in atto. In questo è mandatorio adottare un approccio critico per mantenere un bilanciamento, evitando di entrare in conflitto con quelli che sono i crismi dell’Industria 5.0, per non ripetere gli errori passati.
