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AI nell’educazione e nella formazione

Resoconto della IV^ sessione di approfondimento del programma A+Forum 2025 – AI 2025: Innovazione, Sfide e Opportunità per le Imprese | 18 settembre 2025 | Autore Antonio Sorella – Turtle S.r.l.

IIl quarto incontro di approfondimento del programma A+Forum 2025 ha messo al centro il rapporto tra intelligenza artificiale e processi educativi, analizzandone opportunità e rischi. Il primo relatore a contribuire al dialogo è stato Marco Diotalevi, Consigliere di A+Network, il quale ha esposto una breve sintesi su due studi recenti legati a questo tema: il primo “Your Brain on ChatGPT: Accumulation of Cognitive Debt When Using an AI Assistant for Essay Writing” pubblicato il 10 giugno 2025 e prodotto da MIT (Massachusetts Institute of Technology), in collaborazione con MIT Media Lab, Wellesley College MA e il MassArt (Massachusetts College of Art and Design); il secondo “La via Italiana all’AI-learning” pubblicato il 15 maggio 2025 e realizzato da The European House – Ambrosetti e Gruppo Lutech.

Nel primo studio l’obiettivo dei ricercatori era capire cosa accade al nostro cervello quando scriviamo con l’aiuto di un LLM come ChatGPT (Paper draft). Non si trattava semplicemente di misurare la qualità dei testi prodotti, ma di osservare l’attività cerebrale, la memoria, il senso di proprietà dei contenuti. In altre parole i ricercatori si sono chiesti se l’uso dell’IA comporti un costo cognitivo e, se sì, in che misura. Per rispondere a questa domanda sono stati coinvolti cinquantaquattro studenti universitari, divisi in tre gruppi. Un gruppo ha scritto i propri saggi affidandosi soltanto a ChatGPT, un secondo ha utilizzato esclusivamente un motore di ricerca, mentre un terzo ha lavorato senza l’ausilio di alcuno strumento, contando soltanto sulle proprie capacità.

Il compito assegnato era scrivere un saggio su temi SAT (Scholastic Assesment Test, esame standard usato per l’ammissione ai college negli Stati Uniti) avendo a disposizione 20 minuti. Gli studiosi hanno monitorato le attività cerebrali con l’elettroencefalogramma (EEG), hanno analizzato i testi attraverso strumenti di linguistica computazionale (NLP), hanno intervistato i partecipanti e, infine, hanno fatto valutare i saggi sia da insegnanti sia da un giudice “artificiale” (AI-judge).

Sono state svolte 3 sessioni in parallelo nelle quali ogni gruppo ha portato a termine il compito. Nella quarta e ultima sessione è avvenuto uno scambio di strumento per due gruppi: chi aveva avuto a disposizione l’LLM ha rieffettuato il compito usando solamente le proprie capacità; chi, invece, nella sessione precedente non aveva usufruito di alcuno strumento, ha potuto utilizzare un LLM.

I risultati sul piano linguistico sono stati molto chiari: i testi prodotti con l’AI sono risultati omogenei, regolari, mostrando uno stile uniforme, quasi standardizzato. Al contrario i testi scritti senza alcun supporto sono risultati più ricchi, diversi, originali. I risultati ottenuti con l’uso del motore di ricerca si collocavano in mezzo, offrendo una certa varietà ma meno marcata rispetto al gruppo che scriveva solo con le proprie forze. Interessante il caso della sessione conclusiva: chi aveva iniziato senza AI, anche quando ha iniziato a usarla, continuava a produrre elaborati più distintivi, mentre chi aveva fatto il percorso opposto mostrava una perdita evidente di originalità.

Se guardiamo all’attività cerebrale, i dati raccolti con l’elettroencefalogramma parlano da soli. Gli studenti che scrivevano senza strumenti mostravano una connettività cerebrale più alta e una maggiore attivazione delle reti alfa e beta. Al contrario l’uso costante dell’AI riduceva l’attività neurale: il cervello si adattava, lavorava di meno, richiedeva meno sforzo cognitivo. Anche in questo caso la sessione finale è illuminante: chi passava dal cervello all’AI manteneva un buon livello di attivazione, mentre chi faceva il percorso inverso, da ChatGPT al solo cervello, manifestava un calo di performance.

Sul piano comportamentale la differenza era ancora più netta: gli studenti che scrivevano senza AI ricordavano meglio ciò che avevano scritto e provavano un senso di appartenenza e di responsabilità verso il loro testo; gli studenti che si erano affidati a ChatGPT, invece, avevano scarsa memoria dei contenuti e non percepivano il testo come proprio; chi aveva usato il motore di ricerca mostrava risultati intermedi. Anche qui chi aveva iniziato senza AI rimaneva più coinvolto, mentre chi abbandonava l’AI per scrivere da solo crollava nella qualità e nel livello di attenzione.

In conclusione lo studio ha dimostrato che ChatGPT rende il lavoro più rapido, con una riduzione del sessanta per cento dei tempi di scrittura, ma questa velocità ha un prezzo: la profondità cognitiva. L’intelligenza artificiale ci alleggerisce, ma ci fa anche pensare meno, ricordare meno, riduce il nostro senso di responsabilità. I ricercatori parlano di un vero e proprio debito cognitivo: meno impegno neurale, peggior memoria, minore coinvolgimento. La domanda allora non è se usare o meno questi strumenti, ma come farlo in modo consapevole, soprattutto nei contesti educativi.

Il secondo studio che fotografa il quadro italiano ha previsto il coinvolgimento di diversi stakeholder, Pubblica Amministrazione, aziende, sistema formativo e studenti, con l’obiettivo di costruire un quadro di riferimento strategico capace di orientare le decisioni di medio e lungo periodo in tema di digitalizzazione dell’istruzione (innotechhub.ambrosetti.eu/it/site/dynamic-docs-player?id=23152&doc=rapporto-la-via-italiana-allai-learning-2025051212.pdf&title=Rapporto+-+La+via+Italiana+all’AI-learning%3A++Intelligenza+Artificiale+e+piattaforme+digitali+per+le+competenze+e+la+competitività+del+Paese). Si tratta di un percorso che intende offrire una base di conoscenza solida, utile ad analizzare i driver di cambiamento, i fattori abilitanti e il sistema delle competenze necessarie ad affrontare le sfide future, stimolando un dibattito ampio e partecipato.

Nel primo capitolo si analizza come l’adozione crescente di tecnologie basate sull’IA stia rivoluzionando ogni ambito economico e sociale, richiedendo non solo nuove competenze tecniche e digitali specifiche, ma anche abilità trasversali capaci di valorizzare l’interazione uomo-macchina. In questo contesto l’IA diventa uno strumento potente per trasformare l’apprendimento, creando ambienti educativi adattivi, inclusivi e centrati sull’individuo, dando vita al concetto di AI-learning. Per l’Italia è urgente ripensare il modello educativo tradizionale e definire una “via italiana” all’AI-learning, capace di integrare l’IA nei percorsi formativi in maniera coerente con le specificità culturali, sociali e produttive del Paese, garantendo al contempo sovranità tecnologica e sviluppo di competenze strategiche. Tuttavia la diffusione dell’IA in Italia si scontra con un ostacolo significativo: la carenza di competenze interne, che rappresenta la principale difficoltà per le aziende nell’implementare soluzioni innovative basate sull’intelligenza artificiale.

Nel secondo capitolo si sottolinea come l’IA porterà a una rapida evoluzione del mercato del lavoro, modificando e riconfigurando in maniera significativa mestieri, professioni e competenze necessarie a mantenere alta la competitività internazionale. In questo nuovo contesto diventa fondamentale saper affrontare le sfide della formazione, accompagnando l’individuo in percorsi di crescita e sviluppo che partono dalla scuola e proseguono, secondo il paradigma della formazione continua, nel mercato del lavoro attraverso programmi di upskilling e reskilling.

In questo scenario ci si pone una domanda cruciale: quali competenze sono necessarie per un’integrazione efficace dell’IA e per sfruttarne i potenziali vantaggi? Per rispondere le competenze richieste sono state classificate in cinque cluster principali: le competenze tecniche, che comprendono la capacità di usare strumenti e tecnologie digitali, dai fogli di calcolo alla programmazione avanzata; le competenze cognitive e analitiche, relative al pensiero critico, al problem solving e all’analisi dei dati; le competenze relazionali e comunicative, che includono la capacità di esprimere efficacemente idee, interagire e collaborare; le competenze creative, legate al pensiero innovativo e alla generazione di nuove idee; e infine le competenze manageriali e operative, che riguardano l’ottimizzazione delle operazioni aziendali e la gestione dei processi. Questo quadro fornisce un punto di partenza per delineare percorsi formativi e strategie di AI-learning capaci di integrare l’IA in modo efficace, massimizzandone le potenzialità e garantendo una crescita sostenibile del capitale umano.

In particolare, le competenze STEM rappresentano il campo di studio più richiesto nel mercato del lavoro attuale, anche se circa il 62% delle posizioni aperte non richiede un background accademico specifico (da un’analisi fatta su 470.000 annunci pubblicati su Linkedin). Questa forte domanda riflette la volontà delle aziende italiane di intraprendere un percorso di trasformazione digitale, sottolineando l’importanza di sviluppare competenze tecniche solide capaci di sostenere l’innovazione e l’integrazione efficace dell’IA nei processi produttivi e organizzativi.

Le competenze digitali avanzate risultano ormai essenziali per una vasta gamma di posizioni: oltre il 40% degli annunci di lavoro le richiede e più di un’offerta su cinque specifica espressamente la necessità di qualifiche STEM. Tuttavia un’analisi più approfondita mette in luce un gap significativo tra domanda e offerta: attualmente solo il 27% della forza lavoro italiana possiede competenze digitali avanzate, generando un mismatch stimato di circa 15 punti percentuali. Questo si traduce in una carenza di circa 3,4 milioni di lavoratori con competenze adeguate, evidenziando l’urgenza di interventi mirati per aggiornare continuamente la forza lavoro e favorire l’adattamento alle nuove tecnologie.

Tra i fattori esogeni che influenzano questa situazione si segnalano le dinamiche demografiche, mentre tra i fattori endogeni emerge il funzionamento stesso del sistema nazionale di istruzione, che coinvolge circa 10,7 milioni di alunni. Il paese presenta inoltre criticità significative in termini di abbandono scolastico, con un tasso del 10,5%, collocandosi al 23° posto in Europa; i migliori Paesi raggiungono il 2%, i peggiori il 16,6%, mentre la media UE è del 9,5%. Sul fronte dei NEET (Not in Education, Employment or Training), l’Italia registra la seconda quota più alta d’Europa, con il 16,1% dei giovani, pari a circa 1,4 milioni di persone, rispetto a una media europea dell’11,2%. Anche i risultati dei test INVALSI evidenziano criticità, con performance particolarmente basse in italiano e matematica, segnalando la necessità di interventi mirati per rafforzare le competenze di base e digitali fin dalla scuola.

Anche nel campo della formazione su Data Science e IA emergono limiti strutturali del sistema educativo italiano. Tra le prime 50 università al mondo per corsi in questi ambiti, l’Italia è rappresentata solo da due atenei: il Politecnico di Milano (23° posto) e l’Università Sapienza di Roma (46° posto). Nel sistema educativo nazionale l’insegnamento del digitale viene introdotto tardivamente rispetto ad altri Paesi europei, a partire dal 9° anno di istruzione (scuola secondaria di secondo grado) e in forma opzionale. In altri Paesi, come la Spagna, il digitale è integrato nei percorsi scolastici già dai primi livelli di istruzione, garantendo così un’esposizione precoce e sistematica agli strumenti e ai concetti tecnologici. Questa introduzione tardiva si riflette nei risultati degli studenti: circa il 46% degli alunni italiani di terza media mostra competenze informatiche e digitali insufficienti, un valore nettamente superiore al target massimo del 15% fissato dall’Unione Europea.

La scarsa attenzione all’insegnamento del digitale non riguarda solo gli studenti, ma anche la formazione dei docenti, spesso insufficiente. Secondo un’indagine OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development), quasi metà degli studenti italiani (46%) percepisce i propri insegnanti come non adeguatamente preparati all’uso delle tecnologie digitali in aula. Circa tre quarti delle scuole dichiarano che almeno la metà dei docenti non partecipa a nessun percorso di formazione sul digitale, evidenziando un gap significativo nella preparazione del corpo docente. Un altro elemento cruciale per la capacità della scuola di formare efficacemente gli studenti riguarda le infrastrutture tecnologiche. Solo il 60% degli studenti segnala la disponibilità di risorse digitali sufficienti per ciascuno di loro e dati ufficiali del MIM indicano che appena il 18% delle scuole italiane garantisce un dispositivo digitale per ogni studente, sottolineando la necessità di investimenti mirati per colmare le lacune infrastrutturali e garantire un’educazione digitale adeguata.

La formazione non si limita al contesto scolastico: il percorso di crescita personale e professionale di un individuo, in una prospettiva di life-long learning, accompagna le persone per oltre 60 anni, dall’inizio della formazione fino al termine del percorso lavorativo. In Italia anche la formazione aziendale presenta ritardi significativi rispetto alle altre principali economie europee. Secondo i dati dell’indagine OECD PIAAC 2024 (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), la popolazione italiana in età lavorativa mostra un gap rilevante rispetto alle principali economie europee e alla media nelle competenze alfabetiche, matematiche e nelle capacità di problem solving, confermando la necessità di interventi mirati per garantire una forza lavoro pronta a sostenere la trasformazione digitale e l’integrazione dell’IA nei processi produttivi.

Circa il 70% delle imprese italiane dichiara di offrire corsi di formazione ai propri dipendenti, un valore leggermente superiore alla media europea (67%), che colloca l’Italia al quindicesimo posto. Tuttavia in Italia solo il 13% dei lavoratori partecipa effettivamente a percorsi formativi, con forti differenze legate alla qualifica professionale, alla dimensione delle aziende e alla distribuzione geografica. A questi limiti si aggiungono carenze infrastrutturali e una bassa maturità tecnologica delle imprese, che rendono più difficile l’adozione efficace della formazione digitale e dell’AI-learning. Si stima che entro il 2030 circa 15 milioni di adulti avranno bisogno di percorsi formativi mirati per acquisire le competenze necessarie a sostenere la trasformazione digitale e a ridurre il divario tra domanda e offerta di competenze nel mercato del lavoro.

Il terzo capitolo dello studio si concentra sulle opportunità offerte dall’IA per la formazione, evidenziando tre caratteristiche chiave: iper-personalizzazione, inclusività e italianità. L’IA può agire come un tutor personalizzato, adattando contenuti, tempi e modalità di apprendimento alle esigenze specifiche di ciascun individuo, rendendo l’esperienza educativa più efficace e coinvolgente. Al tempo stesso l’IA consente di superare barriere geografiche, cognitive e linguistiche, ampliando l’accesso all’istruzione e alla formazione continua. Il concetto di italianità sottolinea la necessità di sviluppare soluzioni coerenti con le specificità del contesto nazionale, valorizzando il capitale umano del Made in Italy, in particolare nelle PMI, tutelando la sovranità dei dati come elemento strategico per il Paese e garantendo che competenze e know-how siano condivisi in modo sistematico e scalabile all’interno delle organizzazioni

Dai capitoli precedenti emerge nettamente l’urgenza di agire per sviluppare le competenze degli italiani, partendo dalla scuola e accompagnandoli lungo l’intero arco della vita lavorativa. Le modalità tradizionali di formazione si rivelano però insufficienti per garantire la scala e l’efficacia richieste dalla sfida attuale. Per questo sono necessarie soluzioni innovative, scalabili, accessibili e flessibili, in cui il digitale e l’intelligenza artificiale giocano un ruolo fondamentale nel creare nuovi modelli didattici più efficaci e inclusivi, capaci di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro e di promuovere una crescita sostenibile del capitale umano.

Il quarto capitolo dello studio si concentra su casi e best practices a livello internazionale ed europeo, mettendo in evidenza diverse strategie di implementazione dell’AI-learning. A livello globale paesi come Corea del Sud (2011), Cina (2017), Singapore (2018) e Arabia Saudita (2025) hanno adottato forti investimenti e strategie governative mirate, favorendo un rapido sviluppo di sistemi di formazione basati sull’IA. In Europa l’approccio è più cauto, influenzato da vincoli normativi, questioni di privacy, etica e linee guida. Nonostante ciò sono state avviate sperimentazioni in diversi Paesi, tra cui Francia, Germania e Spagna, con progetti pilota mirati a testare soluzioni di AI-learning e a valutarne efficacia e sostenibilità. In Italia, invece, l’approccio risulta frammentato: mancano linee guida nazionali chiare e non sono previsti investimenti specifici dedicati all’AI-learning. Il Paese mostra un gap significativo in termini di scala e maturità tecnologica, evidenziando la necessità di strategie coordinate e interventi mirati per colmare il divario rispetto ad altri contesti internazionali.

L’IA rappresenta una rivoluzione tecnologica destinata a influenzare profondamente produttività, modelli organizzativi e dinamiche del mercato del lavoro. Tuttavia il sistema scolastico italiano non è ancora in grado di formare adeguatamente la popolazione studentesca. Per cogliere appieno i benefici dell’IA è necessario sviluppare competenze tecniche, cognitive e trasversali, fondamentali per affrontare le sfide del mercato del lavoro e della trasformazione digitale. In questo contesto l’AI-learning si configura come uno strumento strategico per colmare il gap esistente, offrendo percorsi formativi personalizzati, inclusivi e continui, in grado di accompagnare gli individui lungo l’intero arco della vita lavorativa. Diventa quindi urgente definire una strategia nazionale coerente e coordinata, che introduca l’IA nei processi di insegnamento e apprendimento, estendendo le sperimentazioni attuali a tutto il territorio e includendo già i primi anni scolastici.

La creazione di partenariati pubblico-privato permette di sviluppare ecosistemi collaborativi tra settore pubblico, aziende tecnologiche, editori, università e istituzioni scolastiche, favorendo la condivisione di risorse e la riduzione dei rischi legati all’implementazione di nuove tecnologie. Nonostante l’attenzione verso l’innovazione, è fondamentale non trascurare i principi fondamentali: garantire percorsi formativi accessibili per tutti i gradi scolastici, rafforzare la formazione dei docenti, migliorare infrastrutture e disponibilità di strumenti digitali e integrare l’AI-learning nei contratti di lavoro. In questo quadro il fascicolo elettronico delle competenze diventa uno strumento essenziale per tracciare e aggiornare in modo continuativo le competenze acquisite da ciascun cittadino, sostenendo il modello del life-long learning. L’obiettivo è sviluppare un capitale umano capace di sfruttare le potenzialità dell’IA, rafforzando competitività, innovazione e inclusione sociale, e assicurando un sistema educativo e formativo italiano in grado di affrontare efficacemente le sfide del futuro.

Per ulteriori approfondimenti, maggiori dettagli e indicazioni specifiche, si rinvia alla consultazione diretta dei due studi di riferimento disponibili attivando il link precedentemente indicato.

Al termine della disamina è intervenuto Alan Qatipi, giovane imprenditore bolognese che, raccontando la sua, seppur breve, ma intensa esperienza, ha mostrato come le evidenze emerse sugli effetti dell’uso dell’IA e sulla formazione delle competenze siano concretamente riscontrabili nella realtà professionale. Qatipi ha illustrato il proprio percorso, iniziato con una naturale difficoltà a conformarsi ai percorsi standardizzati: nonostante non fosse stato un grande studente, fin da giovane ha evidenziato una forte propensione a valorizzare il talento individuale e l’iniziativa personale. Appena compiuti 18 anni, invece di proseguire gli studi universitari, ha fondato la sua prima società di eventi a Bologna. Con il brand “Bologna Network” in pochi anni è riuscito a riportare la città a un livello più alto nel panorama internazionale, organizzando eventi in noti locali con l’obiettivo di trasformare Bologna in un centro culturale giovane e innovativo, come lo era negli anni ‘90.

A 23 anni, consapevole della necessità di ampliare il proprio bagaglio culturale, ha venduto la quota della società e si è iscritto all’Università di Modena in Management, continuando parallelamente a lavorare in un’azienda bolognese del settore packaging e poi in un’azienda milanese che aveva intenzione di espandersi sul mercato Europeo. In entrambe le esperienze, Qatipi ha rilevato un ostacolo fondamentale: la mentalità organizzativa italiana, spesso resistente all’innovazione e poco attenta allo sviluppo delle competenze trasversali.

Dopo dieci anni di lavoro ha deciso di prendersi una pausa per mettere a fuoco gli obiettivi futuri e ritemprare le proprie energie, avendo compreso l’importanza dello studio continuo e della cultura come motore di crescita personale e professionale. Durante questo periodo di riflessione ha riconosciuto come il lavoro in contesti aziendali lo avesse “schematizzato” e ha sentito la necessità di ri-distruggersi per ricostruirsi. Ha sottolineato che, nelle esperienze americane di startup, il modello basato su cultura aziendale, studio continuo, dati oggettivi e possibilità di sbagliare permette un apprendimento rapido e concreto. Il learning by doing è infatti alla base della formazione pratica: negli Stati Uniti commettere errori è considerato parte integrante del processo di apprendimento e della crescita professionale. Questo approccio accelera lo sviluppo delle competenze e favorisce una mentalità orientata all’innovazione, al miglioramento continuo e capace di adattarsi velocemente a un mondo in continuo cambiamento, alimentando la curiosità delle persone. Gli elementi migliori, secondo Qatipi, sono quelli che uniscono resilienza e curiosità, dimostrando che il vero sviluppo professionale nasce dall’equilibrio tra capacità di apprendere e capacità di affrontare i problemi, tratti che costituiscono il denominatore comune tra le persone di successo.

Oggi, con la società che ha fondato, Qatipi si concentra sull’aiutare le persone, in particolare quelle che non provengono dal mondo tecnologico, a usare gli strumenti digitali per imparare velocemente e diventare più efficienti. Secondo lui è fondamentale cambiare la mentalità e favorire un processo di “change management” in cui il fallimento non sia più visto come un problema, ma come un’opportunità di apprendimento.

Qatipi ritiene che la formazione sia cruciale e che il modello educativo debba essere ripensato per individuare e coltivare i talenti, un processo complesso e spesso trascurato in Italia, dove la cultura premia la sicurezza a breve termine piuttosto che l’innovazione a lungo termine. Per questo motivo promuove la combinazione dell’energia giovanile con l’esperienza di chi ha già lavorato a lungo: secondo lui questo equilibrio è la chiave per affrontare i cambiamenti, innovare e volgere le situazioni a favore della crescita e dello sviluppo. L’uso della tecnologia, unito alla predisposizione a concettualizzare e a sperimentare, permette di stimolare la curiosità e la capacità di innovazione anche in chi ha più esperienza, creando un terreno fertile per la crescita collettiva.

Successivamente è intervenuta Elena Ugolini, già docente, rettrice e dirigente scolastico, consigliere del Ministro Giannini, commissario straordinario INVALSI, sottosegretario all’Istruzione nel governo Monti e attualmente capogruppo di Rete Civica in Emilia-Romagna. Ugolini ha offerto una riflessione approfondita sul ruolo dell’IA generativa nei percorsi educativi, basandosi sulla propria lunga esperienza con studenti e famiglie e sui risultati dei due studi citati da Diotalevi.

Ha aperto il suo intervento ricordando di non essere una “digital native”, pur utilizzando strumenti come ChatGPT, e ha spiegato come la propria curiosità l’abbia spinta a interrogarsi sugli effetti dell’uso di LLM sul pensiero critico, la memoria e il senso di responsabilità degli studenti. Citando la ricerca del MIT Media Lab, Ugolini ha evidenziato come i dati raccolti mostrino tre rischi principali legati all’uso eccessivo di IA generativa.

Il primo rischio riguarda la connettività cerebrale: affidarsi a un “cervello esterno” rischia di rendere gli studenti passivi, riducendo la stimolazione delle reti neurali interne necessarie allo sviluppo cognitivo.

Il secondo rischio è il peggioramento della memoria profonda. Se si delega costantemente all’IA il lavoro di elaborazione, la memoria superficiale prende il posto della memoria duratura, ostacolando la comprensione profonda dei concetti.

Il terzo rischio riguarda il senso di responsabilità e la proprietà intellettuale dei contenuti creati: quando il prodotto finale non nasce dall’esperienza personale, si riducono il senso di appartenenza e la responsabilità verso il proprio lavoro.

Ugolini ha precisato che, come confermato dallo studio, sebbene questi effetti non siano permanenti, è fondamentale che l’uso dell’IA sia sempre guidato da una riflessione consapevole: il passaggio dal pensiero umano agli LLM deve avvenire solo dopo un lavoro creativo e personale, in cui curiosità, immaginazione ed esperienza costituiscono la base dell’apprendimento.

La riflessione si è poi ampliata al contesto educativo italiano, osservando come molti dei rischi attribuiti all’uso dell’IA siano in realtà già presenti nella scuola tradizionale. Ha sottolineato che, per una crescita reale, ciascuno di noi ha bisogno di leggere, scrivere e confrontarsi con la realtà, sviluppando il proprio linguaggio, la struttura del pensiero e una curiosità vivace e costante. Quando questi elementi mancano gli studenti rischiano di diventare passivi, incapaci di far emergere talento, senso di responsabilità e pensiero critico. Questi rischi, quindi, non sono introdotti dall’IA, ma sono già insiti in un sistema educativo che non sempre stimola pienamente la creatività e la crescita personale.

Proseguendo in questa direzione, ha evidenziato come la scuola italiana presenti già problemi significativi: la dispersione implicita, ossia studenti che frequentano senza realmente apprendere, è ancora alta, così come le disparità territoriali e persino quelle tra sezioni della stessa scuola. Lo studio Ambrosetti segnala che, nonostante una riduzione della dispersione esplicita, molti ragazzi terminano le superiori sostanzialmente allo stesso livello della terza media. Questo significa che la scuola, anche senza l’uso di IA generativa, non sempre riesce a far emergere la curiosità, il senso di responsabilità e il protagonismo negli studenti, elementi essenziali per trasformare l’esperienza educativa in crescita concreta. In altre parole l’uso dell’IA non crea nuovi rischi cognitivi e comportamentali, ma li mette in evidenza, rendendo necessario un cambiamento più strutturale nel sistema educativo.

Ugolini sostiene che l’introduzione di strumenti digitali, pur potente, non è di per sé sufficiente: il vero cambiamento richiede un rinnovamento profondo. L’esperienza della pandemia e del conseguente lockdown ha dimostrato chiaramente che nessun computer può sostituire la relazione umana. Senza legami autentici e significativi, le persone non possono svilupparsi pienamente e le loro potenzialità restano inespresse. Sono diminuiti gli studenti che raggiungono risultati eccellenti e si osserva quindi un appiattimento delle conoscenze verso il basso, tema fondamentale anche per imprenditori e aziende: come far emergere il talento per far crescere tutti verso il massimo delle loro possibilità?

La capacità di affrontare problemi complessi, coltivare la curiosità e mostrare iniziativa nasce infatti da domande profonde sul senso della vita, sul significato delle cose e sul futuro. La fragilità umana si manifesta quando mancano la percezione della bellezza, i valori fondamentali e quei legami sicuri su cui poter fare affidamento. In questo quadro l’IA può rappresentare un prezioso alleato: offre strumenti per liberare tempo, personalizzare i percorsi di apprendimento e stimolare gli studenti, contribuendo a costruire una scuola creativa e libera, nella quale responsabilità, curiosità e desiderio di costruire siano al centro dell’esperienza educativa.

Un ulteriore problema cruciale è la qualità dell’insegnamento che dipende fortemente dai docenti e dai dirigenti scolastici, poiché non sempre il sistema italiano garantisce strumenti di valutazione efficaci. Il vero cambiamento richiede la formazione continua dei docenti, la verifica delle capacità sul campo e la libertà di gestione del corpo docenti da parte dei dirigenti, affinché possano selezionare, valorizzare e responsabilizzare il personale. Ha inoltre messo in luce come la realtà scolastica differisca notevolmente da quella imprenditoriale: nessun imprenditore accetterebbe di gestire un’azienda con personale selezionato da concorsi esclusivamente nozionistici, senza alcun margine di manovra per la gestione del personale. Ugolini ha ribadito che è fondamentale investire su docenti e dirigenti, valutandoli concretamente, e avere il coraggio di affermare quando un insegnante non è in grado di relazionarsi efficacemente con gli studenti.

Riconoscendo la potenza degli strumenti digitali, ma anche i loro effetti imprevedibili sulla struttura profonda della persona, il cuore di ogni processo educativo deve rimanere la relazione umana, la solidità interiore, la passione e la responsabilità personale. Curiosità, impegno e voglia di costruire devono sempre guidare l’apprendimento, perché senza questi elementi si rischia di attuare un semplice addestramento, simile a quello dei modelli di IA, che non conduce a una crescita umana autentica. In questo scenario l’IA generativa può diventare un prezioso alleato, capace di amplificare le capacità umane e di supportare lo sviluppo di competenze e talenti, senza mai sostituirsi all’esperienza personale, al pensiero critico e alla motivazione individuale.

Come terzo relatore è intervenuto Augusto Bianchini, professore associato all’Università di Bologna e amministratore delegato di Turtle, spin-off dell’ateneo bolognese attivo nel campo della sostenibilità. Bianchini ha condiviso la sua significativa esperienza mettendo in luce le trasformazioni profonde del suo ruolo professionale e didattico determinate dall’introduzione dell’IA generativa, offrendo una riflessione articolata sulle opportunità e le sfide che questo cambiamento comporta nel contesto universitario e aziendale.

Ha aperto il suo intervento raccontando un episodio risalente a circa due anni fa, quando, insieme a un gruppo di dieci persone in Turtle, organizzò l’hackathon “A book in a day”, con l’obiettivo di scrivere un libro per un corso universitario che avrebbe tenuto poco dopo. Ai due gruppi di partecipanti vennero forniti titolo e indice e furono concesse otto ore di tempo per lavorare utilizzando ChatGPT come meglio credevano. Un gruppo utilizzò ChatGPT in modo tradizionale, con buoni prompt e integrazione di immagini, mentre l’altro “allenò” una chat caricando in essa tutto il materiale raccolto da Bianchini nei precedenti anni di lavoro, presentazioni, pubblicazioni e video suddivisi per argomenti, imponendo due vincoli chiari: utilizzare esclusivamente quel materiale e non aggiungere contenuti inventati. Al termine della giornata entrambi i gruppi completarono il lavoro, ma il secondo gruppo vinse il premio per la qualità superiore del prodotto ottenuto. L’esito reale della sfida non fu la pubblicazione del libro, quanto il fatto che l’esperimento permise di elevare la conoscenza di tutti i partecipanti al livello del gruppo “migliore”.

Ciò che sorprese Bianchini non fu tanto il risultato in sé, quanto il cambiamento che ne seguì: da dicembre 2023 nessuno dei giovani ingegneri ed esperti di sostenibilità con cui lavorava lo contattava più personalmente. In precedenza era lui a fornire risposte e spiegazioni ai dubbi dei giovani durante le consulenze; successivamente, invece, i collaboratori interagivano direttamente con la chat basata sul suo materiale, ottenendo risposte spesso più complete delle sue. Questo lo portò a interrogarsi sul proprio ruolo: nella fase iniziale della startup, nel 2022-2023, era lì per dare risposte; nella fase successiva si trovò a chiedersi quale fosse il suo compito, dal momento che i suoi collaboratori si affidavano ormai all’IA.

Uno dei collaboratori gli spiegò che la sua utilità non risiedeva più nel fornire risposte immediate, ma nel saper porre le domande giuste, nel tornare con attenzione alle dinamiche di relazione e nel comprendere situazioni complesse, spesso caratterizzate da interazioni tra persone e interessi. In questo modo il ruolo di Bianchini si trasformò da “fornitore di risposte” a “stimolatore di domande”, un cambiamento che rappresenta una sfida sia per le aziende sia per lui come docente universitario.

Per quanto riguarda l’attività didattica, Bianchini osserva come questa esperienza lo abbia portato a interrogarsi sul reale valore e ruolo dell’università oggi. Gli studenti lamentano spesso che la trasmissione puramente teorica di conoscenze è inefficace e che è solo attraverso esperienze concrete in azienda che la teoria si sedimenta, generando un vero pensiero critico, perché lì emergono problemi reali da analizzare e risolvere. L’entusiasmo e la partecipazione attiva, ad esempio attraverso esperienze dirette in azienda, facilitano questo processo di apprendimento autentico.

Da queste riflessioni nasce un interrogativo: l’IA rappresenta un valore aggiunto o rischia di sostituire la figura del docente e del professionista? Bianchini osserva che i primi effetti sono positivi: gli studenti possono accedere a conoscenze più ampie e interdisciplinari, fare connessioni prima difficili e potenziare le proprie capacità cognitive, purché utilizzino l’IA come supporto e mantengano attivo il proprio cervello. Tuttavia la velocità con cui i giovani desiderano risposte e la disponibilità immediata che l’IA consente possono ridurre il tempo necessario per un apprendimento più profondo.

Bianchini sottolinea che senza fatica e impegno personale non vi è interiorizzazione né reale crescita. Un utente inesperto, incapace di formulare domande precise o di valutare criticamente le risposte dell’IA, rischia di produrre lavori superficiali, come alcune tesi realizzate con ChatGPT, in cui si nota la mancanza di comprensione dello studente. La memorizzazione profonda è necessaria per affrontare problemi complessi: spesso le soluzioni emergono attraverso connessioni mentali formatesi anni prima, grazie alla fatica e all’esperienza accumulata. Senza questo sforzo le nuove generazioni rischiano di perdere capacità di ragionamento e gestione delle complessità, affidandosi esclusivamente all’IA.

Richiamando lo studio del MIT, che mostra un encefalogramma “spento” e uno “acceso”, Bianchini evidenzia il pericolo di uno spegnimento cerebrale dovuto all’uso eccessivo di IA generativa. Tuttavia, analogamente alla rivoluzione industriale che ridusse lo sforzo fisico ma incrementò la forza complessiva grazie all’adattamento sociale, un uso sapiente dell’IA può “riaccendere” il cervello, stimolando il pensiero critico e creativo nelle scuole e nella formazione, evitando un approccio passivo allo strumento.

Un altro studio condotto dalla Harvard University in collaborazione con Procter & Gamble evidenzia come l’impiego dell’IA in ambito lavorativo contribuisca ad aumentare la produttività, ridurre i tempi operativi e alleviare stati di ansia, apportando significativi benefici emotivi. In un contesto in cui numerose persone manifestano problematiche legate all’ansia, tali strumenti possono costituire validi alleati per il benessere psicologico.

Bianchini ricorda inoltre come la diffusione dei telefoni cellulari, a partire dal 2012, abbia trasformato profondamente le modalità comunicative, fenomeno ulteriormente accelerato dalla pandemia e oggi esteso anche all’ambito dell’IA. Tuttavia l’adozione di tali nuove tecnologie comporta il rischio di indebolire o sostituire la relazione umana, ragion per cui è quanto mai necessario promuoverne un uso equilibrato e consapevole.

Un tema centrale è quindi quello dell’IA umano-centrica, come sottolineato da Paolo Benanti: l’algoritmo migliore non è quello che performa meglio, ma quello che fa performare meglio l’uomo. La possibilità di affrontare sfide sempre più complesse è determinata dall’integrazione di capacità umane e tecnologiche. L’esperienza, in contesti come Turtle, della complessità e del continuo cambiamento della realtà contemporanea evidenzia come la collaborazione sia imprescindibile: quando non si lavora insieme tende a prevalere un individualismo che non rispecchia appieno la natura umana. In un mondo che corre a velocità sempre maggiore, accelerata dagli strumenti digitali e dall’IA, l’individualismo diventa insostenibile: le conoscenze e le capacità che l’IA mette a disposizione sono così vaste e rapide che una singola persona non può più affrontarle da sola, rendendo la collaborazione e il lavoro di squadra indispensabili per operare efficacemente nel business e nell’apprendimento.

In tale prospettiva il contatto umano resta un elemento fondamentale, soprattutto nella fascia universitaria tra i 19 e i 25 anni, in cui l’esperienza condivisa con docenti e colleghi costituisce un momento unico privilegiato di formazione personale e professionale. Il grande tema è che gli studenti devono avere la possibilità di “provare sul campo”, ma questo processo è complesso ed è difficile invertire immediatamente la rotta. L’evidenza, tuttavia, dimostra che, concentrando la formazione sugli aspetti metodologici, si sviluppano persone capaci di innovare. La domanda che ne deriva è: in che modo questi strumenti possono facilitare l’apprendimento della metodologia?

Bianchini osserva che questa trasformazione costituisce una sfida costante che coinvolge non solo il mondo aziendale, ma anche famiglie, scuole e università. Le nuove forme di IA, in grado di simulare ragionamenti complessi, presentano una duplice natura: se utilizzate in modo consapevole favoriscono l’attivazione cognitiva, mentre se impiegate in modo passivo rischiano di determinare un progressivo appiattimento delle funzioni mentali. Ne consegue l’esigenza di mantenere un uso attivo del pensiero critico, valutando la validità delle risposte prodotte, evitando l’adesione acritica e promuovendo un elevato livello di consapevolezza nell’apprendimento.

L’esperienza del progetto “A book in a day” ha mostrato concretamente come l’IA possa rappresentare un’opportunità reale, a condizione che sia accompagnata dalla presenza di esperti e da una collaborazione efficace tra scuole e aziende, supportando i giovani nella gestione di grandi quantità di dati e nell’assunzione di decisioni rapide. Analogamente, nell’ambito delle startup e delle aziende con cui Bianchini collabora, l’adozione intensiva dell’IA ha prodotto risultati positivi, a condizione che sia impiegata da persone adeguatamente formate: come sottolineato da Benanti, la sfida non risiede nell’uso della tecnologia in sé, ma nella capacità di farla operare per potenziare le capacità umane, collocando la persona al centro dei processi decisionali.

In conclusione, nell’attuale contesto economico non si parla più di aziende piccole, medie o grandi, ma di realtà agili e dinamiche, per le quali l’IA rappresenta uno strumento di grande efficacia per rispondere rapidamente ai continui cambiamenti. La sua applicazione, tuttavia, deve essere consapevole e affidata a persone competenti, affinché le potenzialità tecnologiche possano tradursi in un reale valore aggiunto, valorizzando la relazione umana, il pensiero critico e le capacità cognitive attive, sia nell’apprendimento sia nell’attività professionale.

L’ultimo dei relatori ad intervenire è stato Matteo Bernardi, Amministratore Delegato di ILLUMIA SpA, che ha portato una prospettiva concreta e strategica sull’adozione dell’IA in una realtà aziendale italiana di grandi dimensioni. Bernardi ha aperto il suo intervento presentando brevemente l’azienda: fondata nel 2006, con circa 300 dipendenti e un’età media intorno ai 35 anni (in crescita), Illumia serve un milione di clienti nel settore del gas e dell’energia elettrica. Pur essendo un family business, si confronta quotidianamente con colossi del mercato in un contesto competitivo complesso.

Bernardi ha sottolineato fin da subito come l’azienda fondi la propria strategia su due direttrici principali: le persone e l’innovazione tecnologica. Le risorse umane rappresentano il cuore del successo di Illumia, mentre l’innovazione costituisce il motore della crescita, permettendo di affrontare sfide sempre più complesse. Riguardo alla strategia che l’azienda adotta nei confronti della formazione continua e dell’introduzione dell’IA nel luogo di lavoro, ha precisato che, dal suo punto di vista, la formazione non va confinata ai banchi di scuola o all’università, ma deve essere parte integrante dell’esperienza professionale. Su questo tema ha introdotto due premesse fondamentali.

La prima riguarda il ruolo della formazione: da circa dieci anni Illumia ha introdotto le figure di un business coach e di un trading manager, grazie ai quali è stata costruita un’Academy interna rivolta sia ai dipendenti sia a tutta la rete commerciale. L’architettura stessa degli uffici, con ampi spazi dedicati alla formazione, è stata pensata per stimolare l’apprendimento e il confronto. Il compito della formazione, ha spiegato, non è solo trasmettere competenze verticali, ma sviluppare persone curiose, capaci di osservare criticamente la realtà, porre domande e cercare risposte. La cultura aziendale incoraggia a rischiare, a sbagliare e a ripartire, perché il cambiamento è all’ordine del giorno e l’impresa deve accompagnare i lavoratori in questo percorso di adattamento.

La seconda premessa riguarda l’accoglienza dell’IA da parte del personale. Bernardi ha raccontato come l’adozione dell’IA in Illumia sia stata accolta con entusiasmo, senza particolari timori legati a conseguenze sui livelli occupazionali: l’azienda aveva già introdotto negli anni precedenti strumenti di Machine Learning per analisi predittive, forecasting e ottimizzazione del trading, in particolare per prevedere il fabbisogno di energia (ad esempio in funzione delle condizioni atmosferiche e dei fenomeni naturali) e influenzare le strategie di acquisto. Con l’arrivo dell’IA generativa le applicazioni possibili si sono moltiplicate e, soprattutto, strumenti prima riservati a pochi specialisti sono diventati accessibili a tutti, suscitando curiosità e stimolando nuove idee tra i dipendenti.

A testimonianza dell’importanza attribuita a questo cambiamento, i primi ad essere formati sono stati i dirigenti: figure chiamate a indicare la direzione strategica dell’azienda, che devono quindi necessariamente conoscere le nuove tecnologie a disposizione. Successivamente è stata definita una strategia aziendale per l’introduzione dell’IA, articolata in tre pilastri principali. Il primo riguarda la formazione di base, concepita per rendere tutti consapevoli degli strumenti disponibili, delle loro caratteristiche e delle modalità corrette di interazione attraverso i prompt. L’obiettivo è costruire un terreno comune di conoscenza che consenta a ciascun dipendente di utilizzare l’IA in modo efficace e sicuro.

Il secondo pilastro è la sicurezza dei dati. In un contesto in cui spesso si ricorre a versioni gratuite di strumenti esterni, diventa essenziale prevenire qualsiasi rischio legato alla diffusione involontaria di informazioni sensibili. La consapevolezza dei pericoli potenziali e l’adozione di buone pratiche rappresentano, quindi, un elemento imprescindibile del lavoro quotidiano con l’IA.

Il terzo pilastro è la consapevolezza e responsabilità nell’uso della tecnologia. L’intelligenza artificiale, ha spiegato Bernardi, non deve essere intesa come scorciatoia per ridurre lo sforzo personale, ma come uno strumento che consente di automatizzare attività a basso valore aggiunto, liberando così tempo prezioso da dedicare a compiti più strategici e creativi. A supporto di questa affermazione ha citato il caso concreto del processo di credit collection: attività un tempo interamente gestita dal personale e oggi coadiuvata dall’IA, che si occupa di riconciliare e identificare i pagamenti con un’efficienza del 70-80%. Questo permette alle risorse di concentrarsi su attività a maggiore impatto strategico.

Prima di procedere con lo sviluppo di strumenti verticali, Illumia ha deciso di adottare un approccio sistemico, creando un data lake aziendale: un grande serbatoio sicuro in cui confluiscono dati su clienti, processi, regolamenti e procedure. Questo patrimonio informativo rappresenta la base per sviluppare soluzioni verticali in diversi ambiti aziendali. Tra gli esempi applicativi citati da Bernardi vi sono un assistente virtuale progettato per ampliare la reperibilità e migliorare la qualità della relazione con il cliente – senza però sostituire il contatto umano – e uno strumento per l’analisi delle telefonate, capace di trascrivere le conversazioni, valutare il sentiment del cliente e suggerire miglioramenti al servizio, con l’obiettivo di renderlo più efficace e più piacevole per l’utente, consapevoli che più la relazione è autenticamente umana, più il cliente tende a rimanere fedele.

In conclusione Bernardi ha ribadito che in azienda l’IA non è percepita come una minaccia, ma come una grande opportunità. La formazione continua resta centrale, non tanto per sviluppare esclusivamente competenze tecniche verticali, quanto per accrescere la propensione al cambiamento, fornire chiarezza sullo scopo e stimolare la capacità dei collaboratori di adattarsi a contesti sempre nuovi, facendo dell’innovazione tecnologica uno strumento per valorizzare le persone. A testimonianza dell’impegno dell’azienda nello sviluppo continuo delle persone, la formazione rappresenta complessivamente tra il 5 e il 10% delle ore lavorative totali, comprendendo sia programmi individuali sia lezioni di gruppo in aula. Attualmente calibrata sulle esigenze di ciascun collaboratore, viene proposta soprattutto a chi intraprende un percorso di carriera con nuove responsabilità.come ChatGPT (Paper draft). Non si trattava semplicemente di misurare la qualità dei testi prodotti, ma di osservare l’attività cerebrale, la memoria, il senso di proprietà dei contenuti. In altre parole, i ricercatori si sono chiesti se l’uso dell’IA comporti un costo cognitivo, e se sì, in che misura. Per rispondere a questa domanda sono stati coinvolti cinquantaquattro studenti universitari, divisi in tre gruppi. Un gruppo ha scritto i propri saggi affidandosi soltanto a ChatGPT, un secondo ha utilizzato esclusivamente un motore di ricerca mentre un terzo ha lavorato senza l’ausilio di alcuno strumento, contando soltanto sulle proprie capacità.

Il compito assegnato era scrivere un saggio su temi SAT (Scholastic Assesment Test, esame standard usato per l’ammissione ai college negli Stati Uniti) avendo a disposizione 20 minuti. Gli studiosi hanno monitorato le attività cerebrali con l’elettroencefalogramma (EEG), hanno analizzato i testi attraverso strumenti di linguistica computazionale (NLP), hanno intervistato i partecipanti e, infine, hanno fatto valutare i saggi sia da insegnanti sia da un giudice “artificiale” (AI-judge).

Sono state svolte 3 sessioni in parallelo nelle quali ogni gruppo ha portato a termine il compito. Nella quarta e ultima sessione è avvenuto uno scambio di strumento per due gruppi: chi aveva avuto a disposizione l’LLM ha rieffettuato il compito usando solamente le proprie capacità; chi, invece, nella sessione precedente non aveva usufruito di alcuno strumento, ha potuto utilizzare un LLM.

I risultati sul piano linguistico sono stati molto chiari: i testi prodotti con l’AI sono risultati omogenei, regolari, mostrando uno stile uniforme, quasi standardizzato. Al contrario, i testi scritti senza alcun supporto, sono risultati più ricchi, diversi, originali. I risultati ottenuti con l’uso del motore di ricerca si collocavano in mezzo, offrendo una certa varietà ma meno marcata rispetto al gruppo che scriveva solo con le proprie forze. Interessante il caso della sessione conclusiva: chi aveva iniziato senza AI, anche quando ha iniziato a usarla, continuava a produrre elaborati più distintivi, mentre chi aveva fatto il percorso opposto mostrava una perdita evidente di originalità.

Se guardiamo all’attività cerebrale, i dati raccolti con l’elettroencefalogramma parlano da soli. Gli studenti che scrivevano senza strumenti mostravano una connettività cerebrale più alta e una maggiore attivazione delle reti alfa e beta. Al contrario, l’uso costante dell’AI riduceva l’attività neurale: il cervello si adattava, lavorava di meno, richiedeva meno sforzo cognitivo. Anche in questo caso la sessione finale è illuminante: chi passava dal cervello all’AI manteneva un buon livello di attivazione, mentre chi faceva il percorso inverso, da ChatGPT al solo cervello, manifestava un calo di performance.

Sul piano comportamentale la differenza era ancora più netta: gli studenti che scrivevano senza AI ricordavano meglio ciò che avevano scritto e provavano un senso di appartenenza e di responsabilità verso il loro testo; gli studenti che si erano affidati a ChatGPT, invece, avevano scarsa memoria dei contenuti e non percepivano il testo come proprio; chi aveva usato il motore di ricerca mostrava risultati intermedi. Anche qui, chi aveva iniziato senza AI rimaneva più coinvolto, mentre chi abbandonava l’AI per scrivere da solo crollava nella qualità e nel livello di attenzione.

In conclusione, lo studio ha dimostrato che ChatGPT rende il lavoro più rapido, con una riduzione del sessanta per cento dei tempi di scrittura, ma questa velocità ha un prezzo: la profondità cognitiva. L’intelligenza artificiale ci alleggerisce, ma ci fa anche pensare meno, ricordare meno, riduce il nostro senso di responsabilità. I ricercatori parlano di un vero e proprio debito cognitivo: meno impegno neurale, peggior memoria, minore coinvolgimento. La domanda allora non è se usare o meno questi strumenti, ma come farlo in modo consapevole, soprattutto nei contesti educativi.

Il secondo studio che fotografa il quadro italiano ha previsto il coinvolgimento di diversi stakeholder, Pubblica Amministrazione, aziende, sistema formativo e studenti, con l’obiettivo di costruire un quadro di riferimento strategico capace di orientare le decisioni di medio e lungo periodo in tema di digitalizzazione dell’istruzione (innotechhub.ambrosetti.eu/it/site/dynamic-docs-player?id=23152&doc=rapporto-la-via-italiana-allai-learning-2025051212.pdf&title=Rapporto+-+La+via+Italiana+all’AI-learning%3A++Intelligenza+Artificiale+e+piattaforme+digitali+per+le+competenze+e+la+competitività+del+Paese). Si tratta di un percorso che intende offrire una base di conoscenza solida, utile ad analizzare i driver di cambiamento, i fattori abilitanti ed il sistema delle competenze necessarie ad affrontare le sfide future, stimolando un dibattito ampio e partecipato.

Nel primo capitolo si analizza come l’adozione crescente di tecnologie basate sull’IA stia rivoluzionando ogni ambito economico e sociale, richiedendo non solo nuove competenze tecniche e digitali specifiche, ma anche abilità trasversali capaci di valorizzare l’interazione uomo-macchina. In questo contesto, l’IA diventa uno strumento potente per trasformare l’apprendimento, creando ambienti educativi adattivi, inclusivi e centrati sull’individuo, dando vita al concetto di AI-learning. Per l’Italia è urgente ripensare il modello educativo tradizionale e definire una “via italiana” all’AI-learning, capace di integrare l’IA nei percorsi formativi in maniera coerente con le specificità culturali, sociali e produttive del Paese, garantendo al contempo sovranità tecnologica e sviluppo di competenze strategiche. Tuttavia la diffusione dell’IA in Italia si scontra con un ostacolo significativo: la carenza di competenze interne, che rappresenta la principale difficoltà per le aziende nell’implementare soluzioni innovative basate sull’intelligenza artificiale.

Nel secondo capitolo si sottolinea come l’IA porterà a una rapida evoluzione del mercato del lavoro, modificando e riconfigurando in maniera significativa mestieri, professioni e competenze necessarie a mantenere alta la competitività internazionale. In questo nuovo contesto diventa fondamentale saper affrontare le sfide della formazione, accompagnando l’individuo in percorsi di crescita e sviluppo che partono dalla scuola e proseguono, secondo il paradigma della formazione continua, nel mercato del lavoro attraverso programmi di upskilling e reskilling.

In questo scenario ci si pone una domanda cruciale: quali competenze sono necessarie per un’integrazione efficace dell’IA e per sfruttarne i potenziali vantaggi? Per rispondere, le competenze richieste sono state classificate in cinque cluster principali: le competenze tecniche, che comprendono la capacità di usare strumenti e tecnologie digitali, dai fogli di calcolo alla programmazione avanzata; le competenze cognitive e analitiche, relative al pensiero critico, al problem solving e all’analisi dei dati; le competenze relazionali e comunicative, che includono la capacità di esprimere efficacemente idee, interagire e collaborare; le competenze creative, legate al pensiero innovativo e alla generazione di nuove idee; e infine le competenze manageriali e operative, che riguardano l’ottimizzazione delle operazioni aziendali e la gestione dei processi. Questo quadro fornisce un punto di partenza per delineare percorsi formativi e strategie di AI-learning capaci di integrare l’IA in modo efficace, massimizzandone le potenzialità e garantendo una crescita sostenibile del capitale umano.

In particolare, le competenze STEM rappresentano il campo di studio più richiesto nel mercato del lavoro attuale, anche se circa il 62% delle posizioni aperte non richiede un background accademico specifico (da un’analisi fatta su 470.000 annunci pubblicati su Linkedin). Questa forte domanda riflette la volontà delle aziende italiane di intraprendere un percorso di trasformazione digitale, sottolineando l’importanza di sviluppare competenze tecniche solide capaci di sostenere l’innovazione e l’integrazione efficace dell’IA nei processi produttivi e organizzativi.

Le competenze digitali avanzate risultano ormai essenziali per una vasta gamma di posizioni: oltre il 40% degli annunci di lavoro le richiede e più di un’offerta su cinque specifica espressamente la necessità di qualifiche STEM. Tuttavia un’analisi più approfondita mette in luce un gap significativo tra domanda e offerta: attualmente solo il 27% della forza lavoro italiana possiede competenze digitali avanzate, generando un mismatch stimato di circa 15 punti percentuali. Questo si traduce in una carenza di circa 3,4 milioni di lavoratori con competenze adeguate, evidenziando l’urgenza di interventi mirati per aggiornare continuamente la forza lavoro e favorire l’adattamento alle nuove tecnologie.

Tra i fattori esogeni che influenzano questa situazione si segnalano le dinamiche demografiche, mentre tra i fattori endogeni emerge il funzionamento stesso del sistema nazionale di istruzione, che coinvolge circa 10,7 milioni di alunni. Il paese presenta inoltre criticità significative in termini di abbandono scolastico, con un tasso del 10,5%, collocandosi al 23° posto in Europa; i migliori Paesi raggiungono il 2%, i peggiori il 16,6%, mentre la media UE è del 9,5%. Sul fronte dei NEET (Not in Education, Employment or Training), l’Italia registra la seconda quota più alta d’Europa, con il 16,1% dei giovani, pari a circa 1,4 milioni di persone, rispetto a una media europea dell’11,2%. Anche i risultati dei test Invalsi evidenziano criticità, con performance particolarmente basse in italiano e matematica, segnalando la necessità di interventi mirati per rafforzare le competenze di base e digitali fin dalla scuola.

Anche nel campo della formazione su Data Science e IA emergono limiti strutturali del sistema educativo italiano. Tra le prime 50 università al mondo per corsi in questi ambiti, l’Italia è rappresentata solo da due atenei: il Politecnico di Milano (23° posto) e l’Università Sapienza di Roma (46° posto). Nel sistema educativo nazionale l’insegnamento del digitale viene introdotto tardivamente rispetto ad altri Paesi europei, a partire dal 9° anno di istruzione (scuola secondaria di secondo grado) e in forma opzionale. In altri Paesi, come la Spagna, il digitale è integrato nei percorsi scolastici già dai primi livelli di istruzione, garantendo così un’esposizione precoce e sistematica agli strumenti e ai concetti tecnologici. Questa introduzione tardiva si riflette nei risultati degli studenti: circa il 46% degli alunni italiani di terza media mostra competenze informatiche e digitali insufficienti, un valore nettamente superiore al target massimo del 15% fissato dall’Unione Europea.

La scarsa attenzione all’insegnamento del digitale non riguarda solo gli studenti ma anche la formazione dei docenti, spesso insufficiente. Secondo un’indagine OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development), quasi metà degli studenti italiani (46%) percepisce i propri insegnanti come non adeguatamente preparati all’uso delle tecnologie digitali in aula. Circa tre quarti delle scuole dichiarano che almeno la metà dei docenti non partecipa a nessun percorso di formazione sul digitale, evidenziando un gap significativo nella preparazione del corpo docente. Un altro elemento cruciale per la capacità della scuola di formare efficacemente gli studenti riguarda le infrastrutture tecnologiche. Solo il 60% degli studenti segnala la disponibilità di risorse digitali sufficienti per ciascuno di loro e dati ufficiali del MIM indicano che appena il 18% delle scuole italiane garantisce un dispositivo digitale per ogni studente, sottolineando la necessità di investimenti mirati per colmare le lacune infrastrutturali e garantire un’educazione digitale adeguata.

La formazione non si limita al contesto scolastico: il percorso di crescita personale e professionale di un individuo, in una prospettiva di life-long learning, accompagna le persone per oltre 60 anni, dall’inizio della formazione fino al termine del percorso lavorativo. In Italia anche la formazione aziendale presenta ritardi significativi rispetto alle altre principali economie europee. Secondo i dati dell’indagine OECD PIAAC 2024 (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), la popolazione italiana in età lavorativa mostra un gap rilevante rispetto alle principali economie europee e alla media nelle competenze alfabetiche, matematiche e nelle capacità di problem solving, confermando la necessità di interventi mirati per garantire una forza lavoro pronta a sostenere la trasformazione digitale e l’integrazione dell’IA nei processi produttivi.

Circa il 70% delle imprese italiane dichiara di offrire corsi di formazione ai propri dipendenti, un valore leggermente superiore alla media europea (67%), che colloca l’Italia al quindicesimo posto. Tuttavia, in Italia solo il 13% dei lavoratori partecipa effettivamente a percorsi formativi, con forti differenze legate alla qualifica professionale, alla dimensione delle aziende e alla distribuzione geografica. A questi limiti si aggiungono carenze infrastrutturali e una bassa maturità tecnologica delle imprese, che rendono più difficile l’adozione efficace della formazione digitale e dell’AI-learning. Si stima che entro il 2030 circa 15 milioni di adulti avranno bisogno di percorsi formativi mirati per acquisire le competenze necessarie a sostenere la trasformazione digitale e a ridurre il divario tra domanda e offerta di competenze nel mercato del lavoro.

Il terzo capitolo dello studio si concentra sulle opportunità offerte dall’IA per la formazione, evidenziando tre caratteristiche chiave: iper-personalizzazione, inclusività e italianità. L’IA può agire come un tutor personalizzato, adattando contenuti, tempi e modalità di apprendimento alle esigenze specifiche di ciascun individuo, rendendo l’esperienza educativa più efficace e coinvolgente. Al tempo stesso, l’IA consente di superare barriere geografiche, cognitive e linguistiche, ampliando l’accesso all’istruzione e alla formazione continua. Il concetto di italianità sottolinea la necessità di sviluppare soluzioni coerenti con le specificità del contesto nazionale, valorizzando il capitale umano del Made in Italy, in particolare nelle PMI, tutelando la sovranità dei dati come elemento strategico per il Paese e garantendo che competenze e know-how siano condivisi in modo sistematico e scalabile all’interno delle organizzazioni

Dai capitoli precedenti emerge nettamente l’urgenza di agire per sviluppare le competenze degli italiani, partendo dalla scuola e accompagnandoli lungo l’intero arco della vita lavorativa. Le modalità tradizionali di formazione si rivelano però insufficienti per garantire la scala e l’efficacia richieste dalla sfida attuale. Per questo sono necessarie soluzioni innovative, scalabili, accessibili e flessibili, in cui il digitale e l’intelligenza artificiale giocano un ruolo fondamentale nel creare nuovi modelli didattici più efficaci e inclusivi, capaci di rispondere alle esigenze del mercato del lavoro e di promuovere una crescita sostenibile del capitale umano.

Il quarto capitolo dello studio si concentra su casi e best practices a livello internazionale ed europeo, mettendo in evidenza diverse strategie di implementazione dell’AI-learning. A livello globale, paesi come Corea del Sud (2011), Cina (2017), Singapore (2018) e Arabia Saudita (2025) hanno adottato forti investimenti e strategie governative mirate, favorendo un rapido sviluppo di sistemi di formazione basati sull’IA. In Europa l’approccio è più cauto, influenzato da vincoli normativi, questioni di privacy, etica e linee guida. Nonostante ciò sono state avviate sperimentazioni in diversi Paesi, tra cui Francia, Germania e Spagna, con progetti pilota mirati a testare soluzioni di AI-learning e a valutarne efficacia e sostenibilità. In Italia, invece, l’approccio risulta frammentato: mancano linee guida nazionali chiare e non sono previsti investimenti specifici dedicati all’AI-learning. Il Paese mostra un gap significativo in termini di scala e maturità tecnologica, evidenziando la necessità di strategie coordinate e interventi mirati per colmare il divario rispetto ad altri contesti internazionali.

L’IA rappresenta una rivoluzione tecnologica destinata a influenzare profondamente produttività, modelli organizzativi e dinamiche del mercato del lavoro. Tuttavia il sistema scolastico italiano non è ancora in grado di formare adeguatamente la popolazione studentesca. Per cogliere appieno i benefici dell’IA, è necessario sviluppare competenze tecniche, cognitive e trasversali, fondamentali per affrontare le sfide del mercato del lavoro e della trasformazione digitale. In questo contesto l’AI-learning si configura come uno strumento strategico per colmare il gap esistente, offrendo percorsi formativi personalizzati, inclusivi e continui, in grado di accompagnare gli individui lungo l’intero arco della vita lavorativa. Diventa quindi urgente definire una strategia nazionale coerente e coordinata che introduca l’IA nei processi di insegnamento e apprendimento, estendendo le sperimentazioni attuali a tutto il territorio e includendo già i primi anni scolastici.

La creazione di partenariati pubblico-privato permette di sviluppare ecosistemi collaborativi tra settore pubblico, aziende tecnologiche, editori, università e istituzioni scolastiche, favorendo la condivisione di risorse e la riduzione dei rischi legati all’implementazione di nuove tecnologie. Nonostante l’attenzione verso l’innovazione, è fondamentale non trascurare i principi fondamentali: garantire percorsi formativi accessibili per tutti i gradi scolastici, rafforzare la formazione dei docenti, migliorare infrastrutture e disponibilità di strumenti digitali e integrare l’AI-learning nei contratti di lavoro. In questo quadro, il fascicolo elettronico delle competenze diventa uno strumento essenziale per tracciare e aggiornare in modo continuativo le competenze acquisite da ciascun cittadino, sostenendo il modello del life-long learning. L’obiettivo è sviluppare un capitale umano capace di sfruttare le potenzialità dell’IA, rafforzando competitività, innovazione e inclusione sociale, e assicurando un sistema educativo e formativo italiano in grado di affrontare efficacemente le sfide del futuro.

Per ulteriori approfondimenti, maggiori dettagli e indicazioni specifiche, si rinvia alla consultazione diretta dei due studi di riferimento disponibili attivando il link precedentemente indicato.

Al termine della disamina è intervenuto Alan Qatipi, giovane imprenditore bolognese che, raccontando la sua, seppur breve, ma intensa esperienza, ha mostrato come le evidenze emerse sugli effetti dell’uso dell’IA e sulla formazione delle competenze siano concretamente riscontrabili nella realtà professionale. Qatipi ha illustrato il proprio percorso, iniziato con una naturale difficoltà a conformarsi ai percorsi standardizzati: nonostante non fosse stato un grande studente, fin da giovane ha evidenziato una forte propensione a valorizzare il talento individuale e l’iniziativa personale. Appena compiuti 18 anni, invece di proseguire gli studi universitari, ha fondato la sua prima società di eventi a Bologna. Con il brand “Bologna Network” in pochi anni è riuscito a riportare la città a un livello più alto nel panorama internazionale, organizzando eventi in noti locali con l’obiettivo di trasformare Bologna in un centro culturale giovane e innovativo, come lo era negli anni ‘90.

A 23 anni, consapevole della necessità di ampliare il proprio bagaglio culturale, ha venduto la quota della società e si è iscritto all’Università di Modena in Management, continuando parallelamente a lavorare in un’azienda bolognese del settore packaging e poi in un’azienda milanese che aveva intenzione di espandersi sul mercato Europeo. In entrambe le esperienze, Qatipi ha rilevato un ostacolo fondamentale: la mentalità organizzativa italiana, spesso resistente all’innovazione e poco attenta allo sviluppo delle competenze trasversali.

Dopo dieci anni di lavoro ha deciso di prendersi una pausa per mettere a fuoco gli obiettivi futuri e ritemprare le proprie energie, avendo compreso l’importanza dello studio continuo e della cultura come motore di crescita personale e professionale. Durante questo periodo di riflessione ha riconosciuto come il lavoro in contesti aziendali lo avesse “schematizzato” e ha sentito la necessità di ri-distruggersi per ricostruirsi. Ha sottolineato che, nelle esperienze americane di startup, il modello basato su cultura aziendale, studio continuo, dati oggettivi e possibilità di sbagliare permette un apprendimento rapido e concreto. Il learning by doing è infatti alla base della formazione pratica: negli Stati Uniti commettere errori è considerato parte integrante del processo di apprendimento e della crescita professionale. Questo approccio accelera lo sviluppo delle competenze e favorisce una mentalità orientata all’innovazione, al miglioramento continuo e capace di adattarsi velocemente a un mondo in continuo cambiamento, alimentando la curiosità delle persone. I migliori infatti, secondo Qatipi, sono quelli che uniscono resilienza e curiosità, dimostrando che il vero sviluppo professionale nasce dall’equilibrio tra capacità di apprendere e capacità di affrontare i problemi, tratti che costituiscono il denominatore comune tra le persone di successo.

Oggi, con la società che ha fondato, Qatipi si concentra sull’aiutare le persone, in particolare quelle che non provengono dal mondo tecnologico, a usare gli strumenti digitali per imparare velocemente e diventare più efficienti. Secondo lui è fondamentale cambiare la mentalità e favorire un processo di “change management” in cui il fallimento non sia più visto come un problema, ma come un’opportunità di apprendimento.

Qatipi ritiene che la formazione sia cruciale e che il modello educativo debba essere ripensato per individuare e coltivare i talenti, un processo complesso e spesso trascurato in Italia, dove la cultura premia la sicurezza a breve termine piuttosto che l’innovazione a lungo termine. Per questo motivo promuove la combinazione dell’energia giovanile con l’esperienza di chi ha già lavorato a lungo: secondo lui questo equilibrio è la chiave per affrontare i cambiamenti, innovare e volgere le situazioni a favore della crescita e dello sviluppo. L’uso della tecnologia, unito alla predisposizione a concettualizzare e a sperimentare, permette di stimolare la curiosità e la capacità di innovazione anche in chi ha più esperienza, creando un terreno fertile per la crescita collettiva.

Successivamente è intervenuta Elena Ugolini, già docente, rettrice e dirigente scolastico, consigliere del Ministro Giannini, commissario straordinario INVALSI, sottosegretario all’Istruzione nel governo Monti e attualmente capogruppo di Rete Civica in Emilia-Romagna. Ugolini ha offerto una riflessione approfondita sul ruolo dell’IA generativa nei percorsi educativi, basandosi sulla propria lunga esperienza con studenti e famiglie e sui risultati dei due studi citati da Diotalevi.

Ha aperto il suo intervento ricordando di non essere una “digital native”, pur utilizzando strumenti come ChatGPT, e ha spiegato come la propria curiosità l’abbia spinta a interrogarsi sugli effetti dell’uso di LLM sul pensiero critico, la memoria e il senso di responsabilità degli studenti. Citando la ricerca del MIT Media Lab, Ugolini ha evidenziato come i dati raccolti mostrino tre rischi principali legati all’uso eccessivo di IA generativa.

Il primo rischio riguarda la connettività cerebrale: affidarsi a un “cervello esterno” rischia di rendere gli studenti passivi, riducendo la stimolazione delle reti neurali interne necessarie allo sviluppo cognitivo.

Il secondo rischio è il peggioramento della memoria profonda. Se si delega costantemente all’IA il lavoro di elaborazione, la memoria superficiale prende il posto della memoria duratura, ostacolando la comprensione profonda dei concetti.

Il terzo rischio riguarda il senso di responsabilità e la proprietà intellettuale dei contenuti creati: quando il prodotto finale non nasce dall’esperienza personale, si riducono il senso di appartenenza e la responsabilità verso il proprio lavoro.

Ugolini ha precisato che, come confermato dallo studio, sebbene questi effetti non siano permanenti, è fondamentale che l’uso dell’IA sia sempre guidato da una riflessione consapevole: il passaggio dal pensiero umano agli LLM deve avvenire solo dopo un lavoro creativo e personale, in cui curiosità, immaginazione ed esperienza costituiscono la base dell’apprendimento.

La riflessione si è poi ampliata al contesto educativo italiano, osservando come molti dei rischi attribuiti all’uso dell’IA siano in realtà già presenti nella scuola tradizionale. Ha sottolineato che, per una crescita reale, ciascuno di noi ha bisogno di leggere, scrivere e confrontarsi con la realtà, sviluppando il proprio linguaggio, la struttura del pensiero e una curiosità vivace e costante. Quando questi elementi mancano, gli studenti rischiano di diventare passivi, incapaci di far emergere talento, senso di responsabilità e pensiero critico. Questi rischi, quindi, non sono introdotti dall’IA, ma sono già insiti in un sistema educativo che non sempre stimola pienamente la creatività e la crescita personale.

Proseguendo in questa direzione, ha evidenziato come la scuola italiana presenti già problemi significativi: la dispersione implicita, ossia studenti che frequentano senza realmente apprendere, è ancora alta, così come le disparità territoriali e persino quelle tra sezioni della stessa scuola. Lo studio Ambrosetti segnala che, nonostante una riduzione della dispersione esplicita, molti ragazzi terminano le superiori sostanzialmente allo stesso livello della terza media. Questo significa che la scuola, anche senza l’uso di IA generativa, non sempre riesce a far emergere la curiosità, il senso di responsabilità e il protagonismo negli studenti, elementi essenziali per trasformare l’esperienza educativa in crescita concreta. In altre parole, l’uso dell’IA non crea nuovi rischi cognitivi e comportamentali, ma li mette in evidenza, rendendo necessario un cambiamento più strutturale nel sistema educativo.

Ugolini sostiene che l’introduzione di strumenti digitali, pur potente, non è di per sé sufficiente: il vero cambiamento richiede un rinnovamento profondo. L’esperienza della pandemia e del conseguente lockdown ha dimostrato chiaramente che nessun computer può sostituire la relazione umana. Senza legami autentici e significativi, le persone non possono svilupparsi pienamente e le loro potenzialità restano inespresse. Sono diminuiti gli studenti che raggiungono risultati eccellenti e si osserva quindi un appiattimento delle conoscenze verso il basso, tema fondamentale anche per imprenditori e aziende: come far emergere il talento per far crescere tutti verso il massimo delle loro possibilità?

La capacità di affrontare problemi complessi, coltivare la curiosità e mostrare iniziativa nasce infatti da domande profonde sul senso della vita, sul significato delle cose e sul futuro. La fragilità umana si manifesta quando mancano la percezione della bellezza, i valori fondamentali e quei legami sicuri su cui poter fare affidamento. In questo quadro, l’IA può rappresentare un prezioso alleato: offre strumenti per liberare tempo, personalizzare i percorsi di apprendimento e stimolare gli studenti, contribuendo a costruire una scuola creativa e libera, nella quale responsabilità, curiosità e desiderio di costruire siano al centro dell’esperienza educativa.

Un ulteriore problema cruciale è la qualità dell’insegnamento che dipende fortemente dai docenti e dai dirigenti scolastici, poiché non sempre il sistema italiano garantisce strumenti di valutazione efficaci. Il vero cambiamento richiede la formazione continua dei docenti, la verifica delle capacità sul campo e la libertà di gestione del corpo docenti da parte dei dirigenti, affinché possano selezionare, valorizzare e responsabilizzare il personale. Ha inoltre messo in luce come la realtà scolastica differisca notevolmente da quella imprenditoriale: nessun imprenditore accetterebbe di gestire un’azienda con personale selezionato da concorsi esclusivamente nozionistici, senza alcun margine di manovra per la gestione del personale. Ugolini ha ribadito che è fondamentale investire su docenti e dirigenti, valutandoli concretamente, e avere il coraggio di affermare quando un insegnante non è in grado di relazionarsi efficacemente con gli studenti.

Riconoscendo la potenza degli strumenti digitali, ma anche i loro effetti imprevedibili sulla struttura profonda della persona, il cuore di ogni processo educativo deve rimanere la relazione umana, la solidità interiore, la passione e la responsabilità personale. Curiosità, impegno e voglia di costruire devono sempre guidare l’apprendimento, perché senza questi elementi si rischia di attuare un semplice addestramento, simile a quello dei modelli di IA, che non conduce a una crescita umana autentica. In questo scenario, l’IA generativa può diventare un prezioso alleato, capace di amplificare le capacità umane e di supportare lo sviluppo di competenze e talenti, senza mai sostituirsi all’esperienza personale, al pensiero critico e alla motivazione individuale.

Come terzo relatore è intervenuto Augusto Bianchini, professore associato all’Università di Bologna e amministratore delegato di Turtle, spin-off dell’ateneo bolognese attivo nel campo della sostenibilità. Bianchini ha condiviso la sua significativa esperienza mettendo in luce le trasformazioni profonde del suo ruolo professionale e didattico determinate dall’introduzione dell’IA generativa, offrendo una riflessione articolata sulle opportunità e le sfide che questo cambiamento comporta nel contesto universitario e aziendale.

Ha aperto il suo intervento raccontando un episodio risalente a circa due anni fa, quando, insieme a un gruppo di dieci persone in Turtle, organizzò l’hackathon “A book in a day”, con l’obiettivo di scrivere un libro per un corso universitario che avrebbe tenuto. Ai due gruppi di partecipanti vennero forniti titolo e indice e furono concesse otto ore di tempo per lavorare utilizzando ChatGPT come meglio credevano. Un gruppo utilizzò ChatGPT in modo tradizionale, con buoni prompt e integrazione di immagini, mentre l’altro “allenò” una chat caricando in essa tutto il materiale raccolto da Bianchini nei precedenti anni di lavoro, presentazioni, pubblicazioni e video suddivisi per argomenti, imponendo due vincoli chiari: utilizzare esclusivamente quel materiale e non aggiungere contenuti inventati. Al termine della giornata entrambi i gruppi completarono il lavoro, ma il secondo gruppo vinse il premio per la qualità superiore del prodotto ottenuto. L’esito reale della sfida non fu la pubblicazione del libro, quanto il fatto che l’esperimento permise di elevare la conoscenza di tutti i partecipanti al livello del gruppo “migliore”.

Ciò che sorprese Bianchini non fu tanto il risultato in sé, quanto il cambiamento che ne seguì: da dicembre 2023 nessuno dei giovani ingegneri ed esperti di sostenibilità con cui lavorava lo contattava più personalmente. In precedenza, era lui a fornire risposte e spiegazioni durante le consulenze; successivamente, i collaboratori interagivano direttamente con la chat basata sul suo materiale, ottenendo risposte spesso più complete delle sue. Questo lo portò a interrogarsi sul proprio ruolo: nella fase iniziale della startup, nel 2022-2023, era lì per dare risposte; nella fase successiva, si trovò a chiedersi quale fosse il suo compito, dal momento che i suoi collaboratori si affidavano ormai all’IA.

Uno dei collaboratori gli spiegò che la sua utilità non risiedeva più nel fornire risposte immediate, ma nel saper porre le domande giuste, nel tornare con attenzione alle dinamiche di relazione e nel comprendere situazioni complesse, spesso caratterizzate da interazioni tra persone e interessi. In questo modo il lavoro di Bianchini si trasformò da “fornitore di risposte” a “stimolatore di domande”, un cambiamento che rappresenta una sfida sia per le aziende sia per lui come docente universitario.

Per quanto riguarda l’attività didattica, Bianchini osserva come questa esperienza lo abbia portato a interrogarsi sul reale valore e ruolo dell’università oggi. Gli studenti lamentano spesso che la trasmissione puramente teorica manca di applicazione pratica e che è solo attraverso esperienze concrete in azienda che la teoria si sedimenta, generando un vero pensiero critico, perché lì emergono problemi reali da analizzare e risolvere. L’entusiasmo e la partecipazione attiva, ad esempio attraverso esperienze dirette in azienda, facilitano questo processo di apprendimento autentico.

Da queste riflessioni nasce un interrogativo: l’IA rappresenta un valore aggiunto o rischia di sostituire la figura del docente e del professionista? Bianchini osserva che i primi effetti sono positivi: gli studenti possono accedere a conoscenze più ampie e interdisciplinari, fare connessioni prima difficili e potenziare le proprie capacità cognitive, purché utilizzino l’IA come supporto e mantengano attivo il proprio cervello. Tuttavia, la velocità con cui i giovani desiderano risposte e la disponibilità immediata che l’IA consente possono ridurre il tempo necessario per un apprendimento più profondo.

Bianchini sottolinea che senza fatica e impegno personale non vi è interiorizzazione né reale crescita. Un utente inesperto, incapace di formulare domande precise o di criticare le risposte dell’IA, rischia di produrre lavori superficiali, come alcune tesi realizzate con ChatGPT, in cui si nota la mancanza di comprensione dello studente. La memorizzazione profonda è necessaria per affrontare problemi complessi: spesso le soluzioni emergono attraverso connessioni mentali formatesi anni prima, grazie alla fatica e all’esperienza accumulata. Senza questo sforzo, le nuove generazioni rischiano di perdere capacità di ragionamento e gestione delle complessità, affidandosi esclusivamente all’IA.

Richiamando lo studio del MIT che mostra un encefalogramma “spento” e uno “acceso”, Bianchini evidenzia il pericolo di uno spegnimento cerebrale dovuto all’uso eccessivo di IA generativa. Tuttavia, analogamente alla rivoluzione industriale che ridusse lo sforzo fisico ma incrementò la forza complessiva grazie all’adattamento sociale, un uso sapiente dell’IA può “riaccendere” il cervello, stimolando il pensiero critico e creativo nelle scuole e nella formazione, evitando un approccio passivo allo strumento.

Un altro studio condotto dalla Harvard University in collaborazione con Procter & Gamble evidenzia come l’impiego dell’IA in ambito lavorativo contribuisca ad aumentare la produttività, ridurre i tempi operativi e alleviare stati di ansia, apportando significativi benefici emotivi. In un contesto in cui numerose persone manifestano problematiche legate all’ansia, tali strumenti possono costituire validi alleati per il benessere psicologico.

Bianchini ricorda inoltre come la diffusione dei telefoni cellulari a partire dal 2012 abbia trasformato profondamente le modalità comunicative, fenomeno ulteriormente accelerato dalla pandemia ed oggi esteso anche all’ambito dell’IA. Tuttavia l’adozione di tali nuove tecnologie comporta il rischio di indebolire o sostituire la relazione umana, ragion per cui è quantomai necessario promuoverne un utilizzo equilibrato e consapevole.

Un tema centrale è quindi quello dell’IA umano-centrica, come sottolineato da Benanti: l’algoritmo migliore non è quello che performa meglio, ma quello che fa performare meglio l’uomo. La possibilità di affrontare sfide sempre più complesse è determinata dall’integrazione di capacità umane e tecnologiche. L’esperienza in contesti come Turtle della complessità e del continuo cambiamento della realtà contemporanea evidenzia come la collaborazione sia imprescindibile: quando non si lavora insieme, tende a prevalere un individualismo che non rispecchia appieno la natura umana. In un mondo che corre a velocità sempre maggiore, accelerata dagli strumenti digitali e dall’IA, l’individualismo diventa insostenibile: le conoscenze e le capacità che l’IA mette a disposizione sono così vaste e rapide che una singola persona non può più affrontarle da sola, rendendo la collaborazione e il lavoro di squadra indispensabili per operare efficacemente nel business e nell’apprendimento.

In tale prospettiva il contatto umano resta un elemento fondamentale, soprattutto nella fascia universitaria tra i 19 e i 25 anni, in cui l’esperienza condivisa con docenti e colleghi costituisce un momento unico privilegiato di formazione personale e professionale. Il grande tema è che gli studenti devono avere la possibilità di “provare sul campo”, ma questo processo è complesso ed è difficile invertire immediatamente la rotta. L’evidenza, tuttavia, dimostra che concentrando la formazione sugli aspetti metodologici, si sviluppano persone capaci di innovare. La domanda che ne deriva è: in che modo questi strumenti possono facilitare l’apprendimento della metodologia?

Bianchini osserva che questa trasformazione costituisce una sfida costante che coinvolge non solo il mondo aziendale, ma anche famiglie, scuole e università. Le nuove forme di IA, in grado di simulare ragionamenti complessi, presentano una duplice natura: se utilizzate in modo consapevole favoriscono l’attivazione cognitiva, mentre se impiegate in modo passivo rischiano di determinare un progressivo appiattimento delle funzioni mentali. Ne consegue l’esigenza di mantenere un uso attivo del pensiero critico, valutando la validità delle risposte prodotte, evitando l’adesione acritica e promuovendo un elevato livello di consapevolezza nell’apprendimento.

L’esperienza del progetto “A book in a day” ha mostrato concretamente come l’IA possa rappresentare un’opportunità reale, a condizione che sia accompagnata dalla presenza di esperti e da una collaborazione efficace tra scuole e aziende, supportando i giovani nella gestione di grandi quantità di dati e nell’assunzione di decisioni rapide. Analogamente, nell’ambito delle startup e delle aziende con cui Bianchini collabora, l’adozione intensiva dell’IA ha prodotto risultati positivi, a condizione che sia impiegata da persone adeguatamente formate: come sottolineato da Benanti, la sfida non risiede nell’uso della tecnologia in sé, ma nella capacità di farla operare per potenziare le capacità umane, collocando la persona al centro dei processi decisionali.

In conclusione, nell’attuale contesto economico non si parla più di aziende piccole, medie o grandi, ma di realtà agili e dinamiche, per le quali l’IA rappresenta uno strumento di grande efficacia per rispondere rapidamente ai continui cambiamenti. La sua applicazione, tuttavia, deve essere consapevole e affidata a persone competenti, affinché le potenzialità tecnologiche possano tradursi in un reale valore aggiunto, valorizzando la relazione umana, il pensiero critico e le capacità cognitive attive, sia nell’apprendimento sia nell’attività professionale.

L’ultimo dei relatori ad intervenire è stato Matteo Bernardi, Amministratore Delegato di ILLUMIA SpA, che ha portato una prospettiva concreta e strategica sull’adozione dell’IA in una realtà aziendale italiana di grandi dimensioni. Bernardi ha aperto il suo intervento presentando brevemente l’azienda: fondata nel 2006, con circa 300 dipendenti e un’età media intorno ai 35 anni (in crescita), Illumia serve un milione di clienti nel settore del gas e dell’energia elettrica. Pur essendo un family business, si confronta quotidianamente con colossi del mercato in un contesto competitivo complesso.

Bernardi ha sottolineato fin da subito come l’azienda fondi la propria strategia su due direttrici principali: le persone e l’innovazione tecnologica. Le risorse umane rappresentano il cuore del successo di Illumia, mentre l’innovazione costituisce il motore della crescita, permettendo di affrontare sfide sempre più complesse. Riguardo alla strategia che l’azienda adotta nei confronti della formazione continua e dell’introduzione dell’IA nel luogo di lavoro, ha precisato che, dal suo punto di vista, la formazione non va confinata ai banchi di scuola o all’università, ma deve essere parte integrante dell’esperienza professionale. Su questo tema ha introdotto due premesse fondamentali.

La prima riguarda il ruolo della formazione: da circa dieci anni Illumia ha introdotto la figura di un business coach e di un trading manager grazie ai quali è stata costruita un’Academy interna rivolta sia ai dipendenti sia a tutta la rete commerciale. L’architettura stessa degli uffici, con ampi spazi dedicati alla formazione, è stata pensata per stimolare l’apprendimento e il confronto. Il compito della formazione, ha spiegato, non è solo trasmettere competenze verticali, ma sviluppare persone curiose, capaci di osservare criticamente la realtà, porre domande e cercare risposte. La cultura aziendale incoraggia a rischiare, a sbagliare e a ripartire, perché il cambiamento è all’ordine del giorno e l’impresa deve accompagnare i lavoratori in questo percorso di adattamento.

La seconda premessa riguarda l’accoglienza dell’IA da parte del personale. Bernardi ha raccontato come l’adozione dell’IA in Illumia sia stata accolta con entusiasmo, senza particolari timori legati a conseguenze sui livelli occupazionali: l’azienda aveva già introdotto negli anni precedenti strumenti di Machine Learning per analisi predittive, forecasting e ottimizzazione del trading, in particolare per prevedere il fabbisogno di energia (in particolare in funzione delle condizioni atmosferiche e dei fenomeni naturali) e influenzare le strategie di acquisto. Con l’arrivo dell’IA generativa, le applicazioni possibili si sono moltiplicate e, soprattutto, strumenti prima riservati a pochi specialisti sono diventati accessibili a tutti, suscitando curiosità e stimolando nuove idee tra i dipendenti.

A testimonianza dell’importanza attribuita a questo cambiamento, i primi ad essere formati sono stati i dirigenti: figure chiamate a indicare la direzione strategica dell’azienda, che devono quindi necessariamente conoscere le nuove tecnologie a disposizione. Successivamente è stata definita una strategia aziendale per l’introduzione dell’IA, articolata in tre pilastri principali. Il primo riguarda la formazione di base, concepita per rendere tutti consapevoli degli strumenti disponibili, delle loro caratteristiche e delle modalità corrette di interazione attraverso i prompt. L’obiettivo è costruire un terreno comune di conoscenza che consenta a ciascun dipendente di utilizzare l’IA in modo efficace e sicuro.

Il secondo pilastro è la sicurezza dei dati. In un contesto in cui spesso si ricorre a versioni gratuite di strumenti esterni, diventa essenziale prevenire qualsiasi rischio legato alla diffusione involontaria di informazioni sensibili. La consapevolezza dei pericoli potenziali e l’adozione di buone pratiche rappresentano quindi un elemento imprescindibile del lavoro quotidiano con l’IA.

Il terzo pilastro è la consapevolezza e responsabilità nell’utilizzo della tecnologia. L’intelligenza artificiale, ha spiegato Bernardi, non deve essere intesa come scorciatoia per ridurre lo sforzo personale, ma come uno strumento che consente di automatizzare attività a basso valore aggiunto, liberando così tempo prezioso da dedicare a compiti più strategici e creativi. A supporto di questa affermazione, ha citato il caso concreto del processo di credit collection: un’attività un tempo interamente gestita dal personale e oggi coadiuvata dall’IA, che si occupa di riconciliare e identificare i pagamenti con un’efficienza del 70-80%. Questo permette alle risorse di concentrarsi su attività a maggiore impatto strategico.

Prima di procedere con lo sviluppo di strumenti verticali, Illumia ha deciso di adottare un approccio sistemico, creando un data lake aziendale: un grande serbatoio sicuro in cui confluiscono dati su clienti, processi, regolamenti e procedure. Questo patrimonio informativo rappresenta la base per sviluppare soluzioni verticali in diversi ambiti aziendali. Tra gli esempi applicativi citati da Bernardi, vi sono un assistente virtuale progettato per ampliare la reperibilità e migliorare la qualità della relazione con il cliente – senza però sostituire il contatto umano – e uno strumento per l’analisi delle telefonate, capace di trascrivere le conversazioni, valutare il sentiment e suggerire miglioramenti al servizio, con l’obiettivo di renderlo più efficace e più piacevole per il cliente, consapevoli che più la relazione è autenticamente umana, più il cliente tende a rimanere fedele.

In conclusione, Bernardi ha ribadito che in azienda l’IA non è percepita come una minaccia, ma come una grande opportunità. La formazione continua resta centrale, non tanto per sviluppare esclusivamente competenze tecniche verticali, quanto per accrescere la propensione al cambiamento, fornire chiarezza sullo scopo e stimolare la capacità dei collaboratori di adattarsi a contesti sempre nuovi, facendo dell’innovazione tecnologica uno strumento per valorizzare le persone. A testimonianza dell’impegno dell’azienda nello sviluppo continuo delle persone, la formazione rappresenta complessivamente tra il 5 e il 10% delle ore lavorative totali, comprendendo sia programmi individuali sia lezioni di gruppo in aula. Attualmente calibrata sulle esigenze di ciascun collaboratore, viene proposta soprattutto a chi intraprende un percorso di carriera con nuove responsabilità.